Ol 26 ottobre 1881, quattro uomini – il giocatore d’azzardo e uomo di legge Wyatt Earp, i suoi fratelli Virgil e Morgan e il suo amico dentista tubercoloso Henry “Doc” Holliday – attraversarono a grandi passi la città mineraria d’argento di Tombstone, in Arizona, e avanzarono in un vicolo vicino a Pensione e studio fotografico Fly’sappena advert ovest del OK Corral.
Trenta secondi di spari dopo, due uomini erano morti e un altro giaceva morente; nel corso degli anni, quella che, a seconda del punto di vista, poteva essere un’operazione di polizia o un triplice omicidio è stata romanticizzata come una storia eroica in cui il bene sconfigge il male.
Quella romanticizzazione ha colorato praticamente ogni rappresentazione cinematografica dello scontro a fuoco, e Tombstone del 1993 non fa eccezione. Ma mentre i suoi predecessori spesso affogavano sotto il peso della propria serietà, Tombstone irrompe dallo schermo con arguzia, umorismo e consapevolezza di sé che trasformano una storia di turpitudine e omicidio di massa in un’avventura emozionante e piacevole, con tanto di bravo ragazzo che metaforicamente se ne va verso il tramonto con il suo vero amore.
Con Kurt Russell nei panni di Wyatt, abilmente supportato da Sam Elliott e Invoice Paxton nei panni di Virgil e Morgan, Tombstone è comunque alimentato da Val Kilmer, in quello che è probabilmente l’apogeo della sua carriera, nei panni di Doc.
Holliday period da molti conti difficile da scaldare e facile da arrabbiare; Kilmer lo reinventa come un mascalzone permaloso, pallido ma carismatico, un dandy del sud con un evidente desiderio di accelerare la sua già imminente morte con alcol e sparatorie.
La sua interpretazione è messa in risalto dai dialoghi scoppiettanti dello sceneggiatore Kevin Jarre, che si combinano con la interpretazione di Kilmer per elevare quello che avrebbe potuto essere un western dipinto con i numeri in una corsa unica e allegra e citabile in modo unico. Una delle gioie di rivedere regolarmente Tombstone è anticipare ed echeggiare, in stile Rocky Horror, la raffica di Holliday’s buone parole.
Holliday sfida ripetutamente il nemico Johnny Ringo (Michael Biehn) con un “Sono il tuo mirtillo” allo stesso tempo allegro e malevolo, la frase caratteristica del movie che ora adorna molte magliette. Dopo aver puntato una pistola contro un membro della banda antagonista di Clanton, il suo bersaglio lo prende in giro perché troppo ubriaco per sparare dritto, spingendolo a tirarne fuori un’altra e dichiarare che: “Ho due pistole. Una per ciascuno di voi”. Quando produce una mano di poker che toglie i suoi soldi al cattivo dei cartoni animati Ike Clanton, dichiara: “Beh, non è una margherita?” e si prende gioco dell’intelligenza del suo antagonista suggerendo: “Forse il poker non è il tuo gioco. Lo so, facciamo una gara di ortografia”.
Il vero scontro a fuoco all’OK Corral fu una vicenda breve e sordida, parte di una battaglia in corso che coinvolse attori moralmente ambigui da tutte le parti. Tombstone riformula la storia come una favola di famiglia e amicizia, con Wyatt interpretato da Russell come fulcro emotivo, soppesando le sue responsabilità fraterne e il senso del dovere con il suo desiderio di una vita pacifica e prospera. Quando Wyatt, dilaniato dal successivo omicidio di Morgan e dalla mutilazione di Virgil per mano dei suoi nemici, urla a Ike Clanton “Digli che sto arrivando e che l’inferno verrà con me”, inaugura la pellicola finale, mentre lui, Holliday e i suoi soci si vendicano degli assassini e dei soci di Morgan.
La storicità è inevitabilmente disomogenea. Alcuni dialoghi, inclusi gli aforismi di Holliday, sono straordinariamente pertinenti e piccoli dettagli come gli Earp e Holliday che bevono Il vecchio Overholt whisky (secondo quanto riferito, la bevanda preferita di Doc) e a cane che abbaia mentre Morgan giace morente sono sparsi come uova di Pasqua per gli appassionati del Vecchio West. Al contrario, la portata della vendetta di Earp è sopravvalutata e lo scontro culminante tra Holliday e Ringo è inventato da zero; ma, rispetto agli sforzi precedenti come La mia cara Clementine del 1946 – che uccise Virgil prima dello scontro a fuoco e Doc durante lo scontro – il resoconto di Tombstone è praticamente letterale.
La chiave per godersi Tombstone non è lamentarsi della sordida storia che avrebbe potuto raccontare, ma crogiolarsi in quella divertente che sceglie di raccontare, divertirsi nella sua rappresentazione di amichevole bonomia e nella sua meta-narrativa di lotta tra ordine e caos, ed essere perennemente deliziati, anche dopo ripetute visioni, dalla parata di apparizioni di serie A: Billy Zane! Dana Delaney! Jason Priestley! Billy Bob Thornton! Poteri Boothe! Charlton Heston!
Mi piace forse meno Tombstone perché conosco i suoi difetti storici? Nemmeno un po’; e non sono nemmeno solo. Diversi anni fa, opportunamente ispirato da una serie di rewatch alimentati con whisky, ho trascorso un po’ di tempo visitando Tombstone stesso, dove ho incontrato l’attore che passeggiava per le strade nei panni di Doc. Ha modellato il personaggio, mi ha detto, non sull’Holliday storico ma sul ritratto di Kilmer – perché è quella visione, non la realtà scarna e improbabile, che si è fissata nell’immaginazione popolare.
Come potrebbe osservare il dottore di Kilmer: “Beh, non è una margherita quella?”













