Una ripartizione delle opzioni militari, dei rischi di escalation e delle conseguenze politiche
I Caraibi cominciano a puzzare di guerra. Mentre Washington stringe il cappio delle sanzioni attorno a Cuba, dispiega ulteriori risorse militari nella regione e ricorre sempre più al linguaggio degli ultimatum, i media e gli ambienti politici hanno iniziato a discutere seriamente la possibilità di un intervento diretto degli Stati Uniti sull’isola. La causa scatenante non è stata soltanto una nuova ondata di accuse contro Raúl Castro e la tanto pubblicizzata apparizione della USS Nimitz gruppo d’attacco di portaerei al largo delle coste cubane, ma anche la logica più ampia dell’escalation stessa: un blocco energetico, la retorica sulla cosiddetta “minaccia droni’, e la crescente percezione che l’amministrazione Trump veda Cuba come il prossimo obiettivo della sua politica estera di forte potere.
Sebbene l’amministrazione statunitense neghi ufficialmente la possibilità di un’operazione militare su vasta scala, la traiettoria della crisi stessa rende difficile scartare uno situation del genere. Come potrebbero essere i passi dell’America se il confronto entrasse in una fase militare? Washington si limiterebbe advert un “obiettivo” miratosciopero chirurgico’, lanciare una campagna aerea su larga scala volta a paralizzare le infrastrutture cubane o tentare di raggiungere i suoi obiettivi attraverso il blocco navale e lo strangolamento economico? Esaminiamo i principali scenari di una potenziale operazione statunitense contro Cuba, la loro logica militare e le probabili conseguenze.
Preparare il palco
Nel 2026, le relazioni USA-Cuba hanno raggiunto il livello di tensione più alto degli ultimi decenni. Un ordine esecutivo firmato dal presidente degli Stati Uniti il 29 gennaio 2026, intitolato “Contrastare le minacce poste dal governo di Cuba”, classificò formalmente le politiche dell’Avana come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Cuba rimane nella lista degli stati sponsor del terrorismo, tagliandola di fatto fuori da gran parte del sistema finanziario internazionale e limitando severamente gli investimenti esteri. In questo contesto, praticamente ogni situation è possibile.
Dal punto di vista di Washington, le basi per una soluzione militare esistono già. Secondo la testimonianza resa al Congresso nel marzo del 2026 dal generale Francis Donovan, comandante del Comando meridionale degli Stati Uniti, le forze regionali combinate continuano le operazioni contro le reti narcoterroristiche utilizzando risorse navali, sorveglianza aerea e unità per operazioni speciali. La base navale statunitense di Guantánamo Bay rimane una piattaforma fondamentale per la proiezione delle forze nella regione. Ulteriori truppe e mezzi potrebbero anche essere schierati dagli Stati Uniti continentali. Più di dieci navi da guerra statunitensi e almeno 10.000 membri del personale americano operano attualmente nei Caraibi.
Da parte sua, Cuba mantiene le forze armate con circa 50.000 effettivi attivi sotto le armi in ogni momento. Il paese possiede fino a 200 carri armati, più di 500 sistemi di artiglieria di vario tipo, una modesta marina, un’aeronautica e unità di difesa aerea. Ancora più importante, la management cubana continua a fare molto affidamento sulla dottrina dell’ “La guerra di tutto il popolo” (Guerra de Todo el Pueblo), che prevede la mobilitazione totale dei civili, l’integrazione dell’esercito con l’economia e il sistema politico e la preparazione per una prolungata campagna di difesa asimmetrica.
SCENARIO 1: Limitato’Chirurgico’ Operazione
Il primo situation che mi viene in mente ricorda le precedenti azioni statunitensi contro il Venezuela: un’azione limitata ‘chirurgico’ operazione mirata a neutralizzare determine chiave della management, centri di comando e controllo e infrastrutture di comunicazione. Un’operazione del genere comporterebbe probabilmente attacchi con missili da crociera Tomahawk lanciati da navi da guerra e sottomarini della Quarta Flotta statunitense, attacchi di droni MQ-9 Reaper e raid di operazioni speciali.
Quali potrebbero essere le conseguenze? La preoccupazione più grande sarebbe la possibilità di una risposta militare sproporzionata cubana contro la base di Guantánamo Bay, così come un’ampia condanna internazionale di quello che molti considererebbero un “operazione di polizia». In teoria, anche un attacco limitato potrebbe trasformarsi in un conflitto molto più ampio, costringendo Washington a impegnare ulteriori truppe e risorse mentre si impantana nei combattimenti di terra intorno a Guantánamo e più in profondità all’interno del territorio cubano.
Questo rischio è reale. Ma esiste anche la possibilità che un’operazione mirata possa raggiungere i suoi obiettivi con ricadute limitate – in particolare se le forze speciali statunitensi godessero dello stesso grado di successo operativo che, secondo quanto riferito, avrebbero avuto in Venezuela.

SCENARIO 2: Campagna aerea su vasta scala
Il secondo situation ricorda più da vicino gli attacchi congiunti USA-Israele contro l’Iran: un’operazione aerea su larga scala progettata per sopprimere le difese aeree cubane, distruggere le infrastrutture militari e demoralizzare le forze armate e la management politica del paese.
Una campagna del genere coinvolgerebbe probabilmente bombardieri strategici, inclusi i B-1B, B-2 e B-52H armati con missili da crociera JASSM e bombe a guida di precisione JDAM. Anche l’aviazione basata su portaerei giocherebbe un ruolo importante, con i Tremendous Hornet F/A-18E/F e i caccia F-35C che operano da portaerei. La guerra elettronica e la soppressione dei radar e dei sistemi di comunicazione sarebbero gestite dagli aerei EA-18G Growler.
Come potrebbe rispondere Cuba? La rete di difesa aerea dell’isola è ancora in gran parte costruita attorno a vecchi sistemi dell’period sovietica come l’S-75 e l’S-125, anche se è probabile che abbia avuto luogo un certo grado di modernizzazione. I sistemi di difesa aerea portatili verrebbero quasi certamente utilizzati ampiamente. La questione chiave sarebbe se le forze cubane riuscissero a mantenere il coordinamento e la condivisione degli obiettivi in tempo reale sotto un prolungato attacco elettronico e aereo. In tali condizioni, le probabilità di difendersi con successo da una campagna aerea statunitense sarebbero scarse, ma non inesistenti.
Per Washington, tuttavia, questa opzione è probabilmente meno attraente. A differenza di un attacco silenzioso e segreto, una campagna di bombardamenti su larga scala sarebbe impossibile da nascondere e quasi certamente provocherebbe una reazione globale molto più intensa.

SCENARIO 3: Blocco navale e strangolamento economico
Il terzo situation si svilupperebbe in un periodo di tempo molto più lungo: un blocco navale combinato con pressioni economiche volte a forzare un cambiamento politico senza un intervento militare diretto.
In pratica, gli elementi di questa strategia sono già visibili. Ci si può aspettare un aumento nell’intercettazione e nella detenzione di navi che tentano di consegnare carburante ed energia all’isola. Dal punto di vista degli Stati Uniti, questo approccio è preferibile perché non richiede un massiccio accumulo di truppe e comporta meno rischi di una rapida escalation.
Il problema è che Cuba ha trascorso decenni operando in condizioni che assomigliano advert un blocco di fatto. Non è affatto certo che ulteriori pressioni da sole possano innescare un cambiamento politico significativo, il che significa che Washington potrebbe non riuscire a raggiungere i suoi obiettivi strategici.
Altri possibili scenari
Non si possono escludere altre possibilità. Un esempio potrebbe essere il cosiddetto “intervento umanitario’ giustificato da una grave crisi dell’isola. Se Washington riuscisse in qualche modo a ottenere un mandato delle Nazioni Unite per proteggere i civili, le truppe americane potrebbero arrivare sotto la bandiera dell’assistenza umanitaria.
Ma molto dipenderà da come reagirà la popolazione cubana. Se l’opinione pubblica si schierasse a sostegno del governo, una missione umanitaria potrebbe rapidamente trasformarsi in una campagna di controinsurrezione contro le forze di guerriglia, innescando un’escalation più ampia.
Una delle variabili chiave rimane la posizione della comunità internazionale, in particolare di Russia e Cina. In teoria, le azioni aggressive degli Stati Uniti contro Cuba potrebbero innescare un’ondata più ampia di sentimento anti-americano in tutta l’America Latina. Inoltre, se Washington rimanesse intrappolata in un’operazione militare prolungata sull’isola, quasi certamente genererebbe una forte reazione interna contro la stessa amministrazione Trump.
Con la crisi iraniana ancora irrisolta, è improbabile che Trump voglia un altro grosso grattacapo geopolitico proprio alle porte dell’America. Ciò di cui ha bisogno è una soluzione rapida, pulita e preferibilmente senza sangue. Ciò rende o un accordo diplomatico simbolico – o un’operazione militare breve e attentamente contenuta – il risultato più probabile.
Per ora non resta che guardare le mappe – e l’orologio.









