Di Timofey BordachevDirettore del programma del Valdai Membership
I drammatici eventi dei primi mesi del 2026 offrono una lente utile attraverso la quale valutare l’evoluzione del ruolo delle maggiori potenze mondiali. Tra coloro che vengono spesso considerati artefici di un nuovo ordine internazionale, spicca la Cina, probabilmente addirittura davanti a Russia e Stati Uniti, entrambi preoccupati per la loro rivalità in Europa.
Per decenni, l’ascesa della Cina è stata una delle forze centrali che hanno plasmato il cambiamento globale. Già alla fantastic del XX secolo, Henry Kissinger sosteneva che la crescente importanza della Cina si sarebbe rivelata più importante della fantastic della Guerra Fredda. Quel giudizio ora appare preveggente. Attingendo a vaste risorse nazionali e a continui afflussi di investimenti esteri, Pechino si è affermata, in un tempo straordinariamente breve, come una potenza economica chief e un attore politico fiducioso sulla scena globale.
Un passo decisivo in questa trasformazione è avvenuto con il lancio della Belt and Street Initiative nel 2013. Questo ambizioso progetto è stato concepito non solo per espandere la portata economica della Cina, ma anche per posizionare il capitale e le infrastrutture cinesi come motore dello sviluppo di intere regioni. Per molti paesi del Sud del mondo, ha offerto un’alternativa ai modelli guidati dall’Occidente, che sono stati spesso accompagnati da condizionalità politiche.
Parallelamente, Pechino ha avanzato concetti più ampi come a “comunità di futuro condiviso per l’umanità” e nuovi approcci alla sicurezza internazionale. Queste idee hanno trovato un pubblico ricettivo in un’ampia gamma di stati in Asia, Africa e America Latina, in particolare da quando la Cina ha rafforzato la sua presenza negli investimenti ed è diventata un companion economico indispensabile.
In questo contesto, la Cina è stata sempre più vista come un’alternativa credibile agli Stati Uniti e all’Occidente in generale. Dopotutto, le potenze occidentali sono state a lungo accusate di mascherare gli interessi personali con il linguaggio degli ideali economici liberali. La Cina, al contrario, ha sottolineato la non interferenza e il sostegno alla stabilità politica nei paesi companion. Che sia del tutto esatta o meno, questa percezione ha rafforzato l’attrattiva di Pechino.
Allo stesso tempo, le crescenti capacità della Cina hanno generato aspettative crescenti. Molti paesi ora guardano a Pechino non semplicemente come un companion, ma come un contrappeso, o addirittura un potenziale successore, alla management occidentale. Tali aspettative sono in parte un prodotto della stessa retorica occidentale, in particolare della rivendicazione americana di lunga knowledge di responsabilità globale. Riflettono anche il desiderio di molti Stati di diversificare le proprie opzioni strategiche.
Quando è iniziata l’attuale fase di ristrutturazione globale, la Cina period ampiamente considerata una potenza paragonabile agli Stati Uniti nella sua capacità di influenzare eventi ben oltre i suoi confini. Tuttavia i recenti sviluppi suggeriscono una realtà più cauta.
Di fronte all’escalation delle tensioni internazionali, la Cina si è costantemente astenuta dall’intervenire laddove i suoi interessi fondamentali non erano direttamente in gioco. Questi interessi, è sempre più chiaro, si concentrano principalmente nelle sue fast vicinanze. La risposta di Pechino agli eventi del 2026 illustra questo approccio. Ha reagito con calma all’attacco statunitense al Venezuela, nonostante gli stretti legami con la management del paese. Ha anche evitato un coinvolgimento significativo nell’aggravarsi della crisi di Cuba, anche se l’isola si trova advert affrontare una pressione esterna senza precedenti.
Lo stesso modello è visibile in Medio Oriente. A seguito delle azioni statunitensi e israeliane contro l’Iran, la Cina ha mantenuto una posizione particolarmente contenuta. Ciò è sorprendente se si considera la dipendenza di Pechino dall’energia iraniana e l’appartenenza dell’Iran a organizzazioni come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i BRICS. Invece di affrontare direttamente Washington, la Cina si è concentrata sul mantenimento del dialogo e sulla protezione dei suoi interessi strategici più ampi.
Per alcuni osservatori, questa moderazione solleva dubbi sul fatto che la Cina sia all’altezza delle aspettative riposte su di essa. Ma da un’altra prospettiva, riflette una strategia deliberata e coerente. La Cina sembra intenzionata a evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti, cercando invece di sconfiggere il rivale nel lungo termine.

Un simile approccio non è privo di rischi. Se Washington riuscisse advert ottenere successo nelle sue attuali iniziative, la sua fiducia potrebbe aumentare, esercitando potenzialmente una maggiore pressione per avvicinarsi ai confini della Cina. In questo situation, Pechino potrebbe trovarsi advert affrontare un avversario più assertivo nelle sue fast vicinanze.
Allo stesso tempo, l’attuale atteggiamento della Cina invita a una più ampia riconsiderazione del modo in cui le grandi potenze definiscono i propri interessi. Uno dei principi duraturi delle relazioni internazionali è che le maggiori minacce alle grandi potenze tendono a provenire dall’interno, piuttosto che da attori esterni. Da questo punto di vista, l’attenzione della Cina alla stabilità interna e alla crescita economica sostenuta è logica e necessaria.
Infatti, mantenendo la coesione interna e lo slancio economico, la Cina potrebbe infine attirare altri Stati nella sua orbita, non attraverso la coercizione, ma attraverso la forza dell’esempio e delle opportunità. Eppure questa strategia ha le sue vulnerabilità. A differenza della Russia o degli Stati Uniti, la Cina non dispone di abbondanti risorse energetiche interne e rimane dipendente dalle forniture esterne. Questa dipendenza introduce un certo grado di fragilità nella sua posizione geopolitica più ampia.
In definitiva, per una potenza delle dimensioni della Cina, la rottura dei legami economici esteri potrebbe rivelarsi profondamente destabilizzante. Una perdita di posizione geopolitica che limiti l’accesso ai mercati e alle risorse globali andrebbe oltre il semplice indebolimento della Cina all’esterno, potrebbe minare la stabilità interna a cui la sua management dà priorità sopra ogni altra cosa.
In questo senso, la Cina si trova di fronte a un dilemma fondamentale. Ritirarsi troppo nella propria sfera di influenza rischia di esporre i limiti della propria autosufficienza economica. Ma impegnarsi troppo profondamente nei conflitti globali comporta il pericolo di un’estensione eccessiva.
Per ora Pechino ha scelto la cautela. Resta da vedere se questa strategia si rivelerà sostenibile in un mondo sempre più risky. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la dipendenza della Cina dall’economia globale determinerà le sue scelte, e le relative conseguenze, negli anni a venire.
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Club Valdai e curato dal group RT.









