I recenti sviluppi all’interno del Partito Aam Aadmi (AAP), sembrano aver inferto un colpo decisivo alla sua rappresentanza nel Rajya Sabha. Il 24 aprile 2026, sette dei dieci membri in carica del Parlamento hanno annunciato pubblicamente che oltre due terzi dei parlamentari del partito avevano deciso di fondersi con il Bharatiya Janata Social gathering (BJP), invocando le disposizioni del 10° programma della Costituzione.
Sebbene lo sviluppo abbia attirato un’ampia attenzione politica, le sue implicazioni vanno oltre le preoccupazioni di parte fast. Solleva importanti questioni costituzionali riguardanti l’interpretazione della legge anti-defezione, in particolare la portata dell’eccezione di “fusione” ai sensi del 10° Programma. Né l’episodio è del tutto senza precedenti. Simili affermazioni di forza legislativa sono state testimoniate a livello statale, in particolare nel caso della fazione guidata da Eknath Shinde nello Shiv Sena all’interno dell’Assemblea del Maharashtra. Tuttavia, il presente caso assume un significato ancora maggiore man mano che si svolge a livello nazionale, coinvolgendo i parlamentari del Rajya Sabha, amplificandone così le conseguenze costituzionali e politiche.
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Quadro anti-defezione, dottrina ‘spaccata’
La Costituzione, originariamente adottata nel 1950, prevedeva la squalifica dei parlamentari per motivi limitati ai sensi dell’articolo 103, che doveva essere decisa dal presidente dell’India su parere della commissione elettorale indiana. Il 10° Programma, introdotto dal 52° Structure Modification Act del 1985, ha ampliato questo quadro per affrontare il problema persistente delle defezioni politiche aggiungendo un altro motivo di squalifica dei membri che sarà deciso dal Presidente o dal Presidente. L’obiettivo period quello di frenare la pratica dei rappresentanti eletti che abbandonano i loro partiti per guadagni politici, allegando la conseguenza della squalifica.
Allo stesso tempo, il Programma originariamente prevedeva due eccezioni, “divisione” ai sensi del paragrafo 3 e “fusione” ai sensi del paragrafo 4. La prima, che riconosceva una scissione in un partito legislativo in cui un terzo dei suoi membri formava una fazione separata, è stata successivamente cancellata dal 91esimo Structure Modification Act, 2003, a seguito delle raccomandazioni delle riforme elettorali (Comitato Dinesh Goswami) nel maggio 1990 e del 170esimo rapporto della Commissione legislativa, 1999. Questa cancellazione ha segnato un consapevole allontanamento dal riconoscimento delle fratture interne ai partiti legislativi come legittima difesa alla defezione.
L’omissione del paragrafo 3 comporta implicazioni più profonde. Il concetto di “scissione” aveva implicitamente riconosciuto un certo grado di autonomia al partito legislativo rispetto al partito politico. La sua rimozione segnala la chiara intenzione del Parlamento di ripristinare il primato del partito politico come unità centrale della responsabilità democratica.
La Corte Suprema dell’India ha rafforzato questa posizione anche nel caso Subhash Desai vs Principal Secretary, Governor of Maharashtra (2023), in cui un tribunale costituzionale ha rifiutato di interpretare il 10° programma in un modo che recida il cordone ombelicale figurativo tra un partito legislativo e il suo partito politico genitore. La Corte ha sottolineato che il partito politico continua a guidare e controllare le azioni dei suoi membri eletti, anche dopo la vittoria elettorale.
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L’eccezione di fusione in questione
La presente controversia è incentrata sull’interpretazione del comma 4 dell’Allegato 10, che prevede l’immunità dall’interdizione nei casi di fusione. La questione chiave è se story fusione possa essere effettuata esclusivamente da due terzi dei membri di un partito legislativo, o se debba necessariamente essere preceduta da, o riflettere, una decisione dello stesso partito politico originario.
Una lettura semplice del paragrafo 4 suggerisce che l’esenzione si applica laddove il “partito politico originario” si fonde con un altro partito politico. L’enfasi, quindi, è sulla fusione del partito politico, non semplicemente su un allineamento numerico all’interno del partito legislativo. Pertanto, il paragrafo 4, paragrafo 2, che introduce una finzione presuntiva basata sul consenso di due terzi dei legislatori, non può essere letto isolatamente in modo da spostare il primato dell’organizzazione politica. Fare ciò invertirebbe il disegno costituzionale, consentendo di fatto al partito legislativo di dettare il destino del partito politico.
Questa interpretazione sarebbe incoerente con la decisione del Parlamento, nell’esercizio del potere costituente, di abolire l’eccezione “cut up”, che in precedenza aveva consentito anche a un terzo della fazione di rivendicare legittimità. La soglia può essere cambiata, ma resta il principio secondo cui il dissenso interno al partito legislativo non può prevalere sull’identità e sulla continuità del partito politico.
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Al di là dei tecnicismi
A un livello più ampio, la legge anti-defezione non period intesa semplicemente a regolare la condotta individuale ma a preservare l’integrità del sistema partitico e, per estensione, l’istituzione dell’”opposizione” nella democrazia. Anche se non vieta del tutto i riallineamenti politici, li sottopone alla disciplina costituzionale.
Il recente episodio dell’AAP sottolinea la necessità di chiarezza giuridica sulla possibilità che le maggioranze legislative possano, di fatto, appropriarsi dell’identità del partito politico che sono state elette per rappresentare. La risposta avrà implicazioni di vasta portata per la democrazia parlamentare.
Come osservò una volta il paroliere ed ex parlamentare Javed Akhtar nel Rajya Sabha, la distinzione essenziale tra democrazia e dittatura risiede nella presenza di un’opposizione. È questa opposizione che il 10° Programma cerca di salvaguardare. L’AAP si è rivolta al presidente del Rajya Sabha ai sensi del paragrafo 6 del 10° programma per contestare l’azione dei suoi sette parlamentari “fusi”.
Il modo in cui verrà interpretata in definitiva l’eccezione sulla fusione sarà significativo, in particolare per la continua vitalità dell’opposizione. In assenza di una chiara chiarezza giuridica, è probabile che la questione, prima o poi, richieda una decisione autorevole da parte della Corte Suprema. La speranza, in definitiva, è che il giudizio costituzionale preservi la centralità dei partiti politici nel quadro parlamentare indiano.
Vanshaj Azad è un avvocato, attualmente lavora come impiegato legale e associato di ricerca presso la Corte Suprema dell’India
Pubblicato – 27 maggio 2026 00:52 IST












