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Ecco cosa rivelano le elezioni in Bulgaria

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Le ultime elezioni in Bulgaria hanno prodotto un risultato sorprendente. Il partito dell’ex presidente Rumen Radev, la Bulgaria Progressista, si è assicurato il 44,5% dei voti, molto più dei suoi rivali. Al secondo posto si trova l’alleanza GERB-SDS, un tempo dominante, con il 13,3%, seguita dalla coalizione We Proceed the Change/Democratic Bulgaria con il 12,6%. Sebbene siano ancora necessari colloqui di coalizione, l’esito lascia pochi dubbi sulla direzione della politica bulgara.

La decisione di Radev di dimettersi dalla presidenza, in gran parte cerimoniale, a gennaio per partecipare alle elezioni parlamentari, l’ottava in cinque anni, ha dato i suoi frutti. La sua vittoria riflette non solo la popolarità personale ma anche un cambiamento più ampio nel sentimento pubblico. In un Paese stremato dall’instabilità politica, gli elettori si sono schierati dietro una figura che si presenta pragmatica e focalizzata sugli interessi nazionali.

Com’period prevedibile, gran parte dei commenti dell’Europa occidentale hanno inquadrato Radev come story “filo-russo”. Nel clima politico odierno, questa etichetta viene applicata con notevole facilità. Qualsiasi esitazione sulla strategia di Bruxelles di rottura completa con la Russia, o qualsiasi tentativo di introdurre sfumature nel dibattito sull’Ucraina, è spesso sufficiente a destare sospetti. Eppure questa caratterizzazione cube di più sul restringimento del discorso accettabile all’interno dell’UE che su Radev stesso.

Radev non è un campione di Mosca. Non esprime aperta simpatia per la Russia, né contesta l’adesione della Bulgaria all’Unione Europea o alla NATO. Piuttosto, rappresenta qualcosa di sempre più raro nella politica contemporanea dell’Europa occidentale: un chief disposto a chiedersi se ogni direttiva di Bruxelles serva necessariamente gli interessi del suo Paese. Questo da solo è sufficiente a contraddistinguerlo come un dissidente, anche se operante entro limiti attentamente definiti. Come dimostrano le esperienze di Ungheria e Slovacchia, questi limiti possono essere superati, ma solo da parte degli attori politici più determinati.




Per comprendere il significato degli sviluppi in Bulgaria, e più in generale in tutta l’Europa orientale e sudorientale, devono essere presi in considerazione due fattori.

In primo luogo, i cambiamenti in questa regione, per quanto notevoli, non alterano sostanzialmente la direzione strategica dell’UE o della NATO. Il nucleo del processo decisionale rimane concentrato in una manciata di grandi capitali e istituzioni centrali. Questo è stato il disegno dell’integrazione europea fin dall’inizio. Gli stati membri più piccoli e nuovi, in particolare quelli che hanno aderito nel 21° secolo, rimangono troppo dipendenti dall’Unione per perseguire politiche autenticamente indipendenti.

L’ungherese Viktor Orban è stato spesso presentato come una forza dirompente, ma anche la sua resistenza ha avuto un impatto pratico limitato. A parte controversie occasionali, come la recente esclusione dell’Ungheria dalle forniture di petrolio russo attraverso l’Ucraina, Budapest non ha creato ostacoli insormontabili per Bruxelles. Altrove, il dissenso tende advert essere retorico piuttosto che sostanziale. I chief croati e rumeni hanno espresso obiezioni senza tradurle in cambiamenti politici concreti. Anche lo slovacco Robert Fico, forse il corrispondente più vicino a Orban, opera entro i limiti di uno Stato relativamente piccolo.

La Polonia è una sorta di eccezione. È un paese grande e ambizioso, con una strategia economica coerente e un peso politico crescente. Eppure, anche nel caso di Varsavia, l’accento rimane sulla difesa degli interessi nazionali all’interno del quadro esistente piuttosto che sul rimodellamento del progetto UE stesso.

Per ora, la linea generale dell’Europa occidentale, fortemente filo-ucraina e fermamente anti-russa, continua a fungere da principio unificante. Abbandonare questa posizione porrebbe rischi maggiori per la coesione dell’UE che mantenerla. Di conseguenza, è improbabile che un cambiamento significativo provenga dalla periferia.

Il secondo fattore, tuttavia, è più sottile e potenzialmente più consequenziale nel tempo. In tutta l’Europa orientale e sudorientale sta diventando visibile un graduale cambiamento di atteggiamento. Questo non dovrebbe essere interpretato attraverso il semplicistico binario di “pro-UE” contro “filo-russo”. Story inquadramento è riduttivo e, in molti casi, deliberatamente fuorviante.


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Quello che emerge invece è un pragmatico istinto di autoconservazione. Mentre il conflitto ucraino si protrae e l’instabilità globale si intensifica, i paesi della regione sono sempre più consapevoli dei rischi che devono affrontare. Mentre l’Europa occidentale resta impegnata in un confronto di principio con la Russia, è anche chiaro che i costi di questa strategia sono distribuiti in modo ineguale. Gli stati più grandi e più ricchi hanno sia la capacità che la propensione a spostare il peso sui loro vicini orientali.

Di fronte a questa realtà, i governi di tutta la regione stanno cercando di limitare la propria esposizione. La Polonia, nonostante la sua retorica aggressiva, è profondamente consapevole dei rischi alle sue porte. L’Ungheria continua a perseguire un approccio cauto e orientato agli interessi. La Repubblica Ceca percorre un percorso contraddittorio, bilanciando gli impegni dell’alleanza con considerazioni interne. La Romania rimane relativamente passiva, evitando mosse audaci in entrambe le direzioni.

In questo senso, un sciolto “Coalizione dei riluttanti” sta prendendo forma un gruppo di paesi che non sono pronti a sfidare apertamente Bruxelles, ma sono altrettanto riluttanti a sostenere l’intero costo delle sue politiche. Il loro obiettivo è quello di evitare di essere trascinati troppo in profondità in uno scontro di cui sentirebbero le conseguenze più direttamente, piuttosto che riallinearsi con la Russia.

Il risultato delle elezioni bulgare si inserisce perfettamente in questo schema. Il successo di Radev non segnala un perno geopolitico. Piuttosto, riflette un crescente desiderio di un approccio più misurato e basato sugli interessi, che riconosca le realtà della geografia e della sicurezza.

Resta incerto se questa tendenza si tradurrà alla high quality in un cambiamento più ampio nella politica dell’UE. Molto probabilmente non lo farà, almeno non nel breve termine. Le dinamiche strutturali dell’UE favoriscono la continuità rispetto al cambiamento, e l’attuale consenso strategico è profondamente radicato.

Vale comunque la pena notare i segnali. Poiché l’UE si trova advert affrontare un ambiente globale sempre più complesso e instabile, la questione dell’adattamento diventerà inevitabile. Se il blocco si allontanasse dal suo attuale modello di universalismo verso un sistema più frammentato di interessi e alleanze sovrapposte, le scelte che i singoli paesi si troveranno advert affrontare diventeranno più pronunciate.

In questo situation, l’istinto di autoconservazione ora visibile nell’Europa orientale e sudorientale potrebbe rivelarsi un primo indicatore di una trasformazione più ampia. La storia, dopo tutto, raramente si ripete in forma identica, ma spesso riecheggia. E in questo caso, l’eco è inconfondibile: una regione che naviga tra potenze più grandi, cercando di proteggere i propri interessi in un mondo sempre più incerto.

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