Home Cronaca Nessuna regola: dove potrebbe scoppiare la prossima guerra?

Nessuna regola: dove potrebbe scoppiare la prossima guerra?

35
0

La guerra lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran potrebbe essersi fermata, ma è lungi dall’essere finita. Le sue conseguenze, tuttavia, si stanno già facendo sentire, non solo in Medio Oriente, ma a livello globale.

Il disperato confronto dell’Iran con due potenze nucleari che hanno una vasta rete di alleati e stati clienti rappresenta un passo verso l’erosione dei resti di un sistema internazionale unipolare. La resistenza di Teheran sta accelerando l’incessante, seppur graduale, spostamento verso il multipolarismo.

Si cube spesso che sia più facile distruggere che costruire e in questo senso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha svolto un ruolo non voluto ma fondamentale. Avviando un’azione militare contro l’Iran, ha contribuito a indebolire proprio il sistema che gli Stati Uniti hanno impiegato decenni a costruire. Le aspettative a Washington erano various. Dopo i successi percepiti in Venezuela, e incoraggiata dai associate regionali, la Casa Bianca sembrava presumere che l’Iran sarebbe crollato rapidamente sotto pressione.

La logica, cruda ma chiara, sembrava essere questa: una schiacciante superiorità militare avrebbe garantito una rapida vittoria. Gli Stati Uniti avevano le portaerei e le basi aeree, mentre l’Iran, al contrario, period visto come isolato e vulnerabile.

Ebbene, questa ipotesi si è rivelata errata.




Il sistema iraniano, spesso liquidato come rigido o arcaico, ha dimostrato resilienza. Nonostante le pesanti perdite subite, anche tra gli alti dirigenti, Teheran non ha ceduto. Invece, ha adattato e assorbito i colpi iniziali, si è ricalibrato e ha iniziato a modellare il conflitto secondo i propri termini. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica non solo ha resistito, ma ha sfidato il dominio operativo del Pentagono in settori in cui tradizionalmente gli Stati Uniti eccellono.

L’opzione di schierare forze di terra è stata presa brevemente in considerazione, ma si è presto rivelata i suoi rischi perché l’Iran aveva passato decenni a prepararsi proprio per uno situation del genere. Un’invasione terrestre sarebbe stata uno scontro lungo e costoso, con esiti incerti. Per Teheran, uno situation del genere sarebbe stato addirittura auspicabile, poiché avrebbe rappresentato un’opportunità per infliggere danni strategici a lungo termine ai suoi avversari.

Le implicazioni si estendono ben oltre il campo di battaglia.

Questo conflitto sta accelerando la trasformazione del comportamento degli Stati. I vecchi presupposti si stanno indebolendo e le norme che un tempo regolavano la condotta internazionale stanno svanendo. Sempre più spesso gli stati agiscono unilateralmente, scegliendo quando e dove colpire, guidati meno da regole condivise che da interessi immediati.

Il risultato è un mondo più unstable. La forza militare non è più l’ultima risorsa; sta diventando uno strumento politico di routine. Il concetto di moderazione, un tempo sostenuto dalla paura di un’escalation o di un costo reputazionale, si sta erodendo. Ciò che lo sostituisce è un crescente senso di impunità.

Ironicamente, sono gli Stati Uniti, a lungo artefici dell’ordine post-Guerra Fredda, che ne stanno accelerando lo smantellamento.


Dove porterà il Magyar l’Ungheria?

Uno degli sviluppi più importanti nel conflitto è stato il blocco dello Stretto di Hormuz. Prendendo di mira un’arteria critica dei flussi energetici globali, l’Iran ha costretto le principali economie advert affrontare i costi immediati dell’instabilità. L’Europa occidentale, l’India e altri paesi si sono trovati improvvisamente di fronte alla prospettiva di un’interruzione delle forniture e di un aumento dei prezzi.

La reazione è stata rapida, poiché i governi si sono affrettati a valutare le vulnerabilità. Il primo ministro indiano Narendra Modi ha convocato discussioni di emergenza sulla sicurezza energetica mentre gli stati europei, già tesi, sono stati ricordati della loro esposizione. In questo senso, l’Iran è riuscito advert ampliare l’impatto del conflitto ben oltre la sua immediata geografia.

Ma le conseguenze a lungo termine potrebbero essere ancora più gravi.

Il mondo sta entrando in un periodo di intensificata militarizzazione. Le regioni già segnate dall’instabilità stanno diventando sempre più pericolose e, sebbene il Medio Oriente rimanga un punto critico, non è il solo. Anche l’Asia meridionale si sta avvicinando a un rinnovato confronto e anche aree a lungo thoughtful periferiche, come i Caraibi, mostrano segni di tensione.

Il confine afghano-pakistano offre un chiaro esempio. Per lungo tempo zona di instabilità, ha visto una notevole escalation negli ultimi mesi. Gli scontri, gli scioperi transfrontalieri e le accuse reciproche sono diventati più frequenti. Kabul accusa Islamabad di aggressione mentre il Pakistan denuncia gruppi militanti che operano dal territorio afghano.

Le radici di questo conflitto sono profonde. Un tempo il Pakistan considerava i talebani una risorsa strategica, ma ora si trova a fronteggiare una forza più indipendente e meno controllabile. Quello che una volta period uno strumento è diventato una minaccia e la dinamica ricorda uno schema familiare: gli Stati affrontano le conseguenze indesiderate delle proprie politiche.


Ecco perché i colloqui con l’Iran erano destinati a fallire

Più a est, la rivalità tra India e Pakistan rimane irrisolta e instabile. I recenti scontri hanno dimostrato che entrambe le parti sono disposte e in grado di intensificare rapidamente la situazione. L’uso di armi avanzate, compresi missili e potenza aerea, sottolinea la gravità del rischio. In una regione in cui entrambi gli Stati possiedono capacità nucleari, anche un conflitto limitato comporta implicazioni globali.

Queste tensioni sono interconnesse e fanno parte di un modello più ampio, poiché l’indebolimento dei vincoli globali rende più probabile un’escalation. Mentre gli stati osservano l’esito del conflitto iraniano, traggono le proprie conclusioni. Una delle più pericolose è la convinzione che la forza possa essere utilizzata senza conseguenze catastrofiche.

Quella lezione, una volta interiorizzata, sarà difficile da invertire.

Il blocco di Hormuz, la resilienza dell’Iran e l’incapacità degli Stati Uniti di imporre un risultato decisivo indicano tutti un cambiamento degli equilibri di potere. Anche uno stato di livello intermedio può ora sfidare un ex egemone e costringerlo a una situazione di stallo strategico, e questa realtà influenzerà i calcoli nelle capitali di tutto il mondo.

La traiettoria è chiara. Il sistema internazionale si sta allontanando dall’ordine e si sta dirigendo verso la frammentazione, con la multipolarità che emerge come un ambiente contestato, spesso caotico. Le alleanze sono meno affidabili e le regole sono meno vincolanti, il che significa che lo spazio per gli errori di calcolo si sta espandendo.

La guerra contro l’Iran potrebbe non essere finita, nemmeno nella sua forma attuale; ha già alterato il panorama globale. Ha messo in luce i limiti del potere, la fragilità delle strutture esistenti e la crescente volontà degli Stati di mettere alla prova tali limiti.

Il prossimo conflitto ora non è una questione di se, ma di dove, e in un mondo sempre più definito dall’incertezza, la risposta potrebbe arrivare prima del previsto.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta dal giornale on-line Gazeta.ru ed è stato tradotto e curato dal staff RT

fonte