La crisi delle banche italiane spiegata

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Una nuova tempesta sta per abbattersi sulle banche italiane. Almeno è questo quello che sembra a leggere i giornali di questi giorni, la crisi delle banche italiane sembra essere già realtà, pronta a travolgere il Paese portandosi con sé l’Europa.

È vero? In parte.

Prima di tutto dobbiamo capire perché alcune banche italiane rischiano il default e se il rischio è dietro l’angolo o è una remota ipotesi.

Prima di tutto dobbiamo chiarire che l’attuale crisi del sistema bancario italiano è molto diversa, e meno grave, del crack delle banche americane del 2008 e dei rischi che oggi corre il gigante tedesco Deutsche Bank. Nel 2008, e per la banca tedesca, il problema sono stati i cosiddetti “derivati”, ovvero dei prodotti finanziari estremamente complessi ad alto rendimento ma ad altissimo rischio che nel 2008 sono scoppiati insieme alla bolla immobiliare a cui erano legati, facendo saltare in aria quasi l’intero sistema creditizio USA.

Crisi banche italiane, perchè

Nel caso delle banche italiane il problema è più semplice, per i nostri istituiti i guai hanno il nome di NPL che vanno ad associarsi alle normali sofferenze causati da vari fattori, come spese alte, crolli in borsa ecc.

Cosa sono gli NPL? Sono i Non Performing Loans, ovvero prestiti deteriorati o cosiddetti prestiti incagliati, cioè crediti difficilmente esigibili, mutui e prestiti concessi ma che oggi difficilmente potranno essere pagati. Il motivo di un numero così elevato va trovato nell’inefficacia del sistema bancario italiano, con dirigenti non spesso adeguati e prestiti che di sovente venivano e vengono erogati con logiche politiche, clientelari o amicali piuttosto che economiche.

Secondo alcuni studi totale di prestiti incagliati è di 360 miliardi di cui circa il 40% pesa sui maggiori 12 istituti. Unicredit e Intesa sono le banche che hanno in pancia il maggior numero assoluto di NPL, ma grazie al più grande volume di affari la loro posizione è relativamente migliore, con una percentuale di crediti deteriorati di circa il 10%, nell’elenco delle banche italiane a rischio, la situazione peggiore è per MPS che ha circa il 24% di NPL, seguita da Veneto Banca al 22,5%, Banca Carige con il 19% e Credito Valtellinese con il 18%. Nel totale l’intero sistema ha una media del 16,5% di crediti deteriorati, quasi il triplo della media del 5% europea.

Le banche stimano che solo il 41% degli NPL possano essere recuperati, facendo leva sulle garanzie prestate, mentre se si provano a rivendere questi titoli si ottiene in media il 15% del valore nominale.

Un guaio per tutto il Paese

Spiegato così sembra che sia un problema che riguardi solo le banche e non il resto dell’economia del Paese. Invece no. Le regole impongono che le banche debbano tenere un certo rapporto tra prestiti erogati e sofferenze, logico quindi che un’esplosione delle sofferenze in pancia alle banche potrebbe creare a cascata un vero e proprio blocco dei prestiti.

Non solo, c’è il rischio per le banche italiane di bail in. Con le nuove regole europee, votate quasi all’unanimità e salutate al grido “mai più soldi pubblici alle banche”, un eventuale salvataggio in caso di crack delle banche italiane andrebbe fatto da proprietari (cioè gli azionisti, anche quelli con poche migliaia di euro di azioni), obbligazionisti (anche quelli che hanno obbligazioni di poche migliaia di euro) e nei casi più gravi anche dai correntisti con più di 100mila euro.

In pratica una valanga, tra bail in e blocco prestiti, che potrebbe investire l’intero sistema Paese.

Qual è la soluzione?

La soluzione sarebbe o ridurre i NPL oppure ricapitalizzare le banche per abbassare la percentuale delle sofferenze (come hanno fatto gli azionisti di BPM/Banco Popolare). Le trattative tra Governo e Commissione riguardano proprio questo, riuscire a salvare le banche e il sistema Paese aggirando in tutto o in parte le regole europee.

Se ci riuscirà ce lo diranno le cronache dei prossimi giorni, in caso di successo si sarà evitata una grave crisi delle banche italiane, al costo di molti miliardi pubblici, se non ci riuscirà ci sarà una crisi del sistema che costerà moltissimi miliardi pubblici e privati.

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