CIl virtuoso e compositore del contrabbasso zech Miroslav Vitous deve ormai essersi scrollato di dosso ogni residua irritazione per il fatto spesso diffuso di essere stato un membro fondatore della leggendaria band fusion jazz-rock Climate Report nel 1970. L’antipatia di Vitous per la deriva della band dall’improvvisazione verso la musica elettrica e il popolare funk globale lo ha visto andarsene mentre la loro stella stava nascendo. Il suo curriculum sarebbe andato benissimo: Miles Davis, Chick Corea, Jan Garbarek, John Surman e Jack DeJohnette erano tra i suoi tanti compagni di gioco di classe. Sette anni di lavoro, con Vitous che ora ha 78 anni, Mountain Name riflette l’immersione di una vita nella musica classica insieme al jazz, e l’equilibrio tra spontaneità, sfumature e atmosfere cinematografiche che gli hanno offerto.
Attraverso molteplici dialoghi improvvisati e due suite (tutte brevi, Vitous non è un fan della loquacità), il set presenta in primo piano DeJohnette, morto a ottobre, con Esperanza Spalding, il sassofonista Bob Mintzer e il fenomenale clarinettista francese Michel Portal, morto a febbraio. Otto tracce in duo per Vitous e Portal (per la maggior parte improvvisate) valgono da sole l’album, per il loro combine sempre mutevole di dolce lirismo e stimolante curiosità. In quattro improvvisazioni su un clarinetto commonplace, Portal segue picchiate aggraziate, domande lamentose e punteggiatura staccata contro la turbolenta corrente sotterranea di Vitous di brani pizzicati muscolosi e accenti percussivi. Al clarinetto basso, il francese spazia da suoni profondi e risonanti advert ascensioni di glissando mozzafiato che sfrecciano fino al registro superiore.
Anche i duetti di Vitous con la batteria frenetica di DeJohnette sono punti salienti (in particolare in Achievement mentre si inseguono attraverso le armonie nebulose dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Ceca), così come la voce di Spalding nella suite Rhapsody, che scivola tra la cura di un cantante commonplace per i testi, suoni senza parole che imitano il sax, soliloqui pieni di sentimento sull’Africa ricca di percussioni e linee contrappuntistiche fluide con formidabili, però il poco conosciuto sassofonista arduous boppish Gary Campbell. Mountain Name difficilmente potrebbe essere una cronaca di musica contemporanea più personale, tratta da un incrollabile pezzo unico.
In uscita anche questo mese
Quartetto Emmanuel Wilkins: Dwell on the Village Vanguard (Blue Word) è il primo di una serie di tre volumi provenienti da quell’iconico membership di New York che conferma con quanta forza e percettività il sassofonista gospel/post-bop Wilkins bilancia passato, presente e futuro del jazz, in particolare su un appassionato resoconto dell’inquietante Charanam di Alice Coltrane. L’unico improvvisatore e compositore di flauto franco-siriano Naïssam Jalal pubblica Landscapes of Eternity (Les Couleurs du Son), il ricco risultato del suo studio approfondito delle tradizioni indostane e dei viaggi in solitaria nel nord dell’India. Tears in Delhi’s Fog incarna le scoperte di Jalal attraverso la sua voce disinvoltamente flessibile, il calore e l’audacia delle sue improvvisazioni e il pugno di una formazione tradizionale indiana e jazzisticamente occidentalizzata. E l’eredità del gruppo cult psichedelico/rock degli anni ’60 Macchina morbida si evolve in 13 (Dyad), un combine di psych-rock, chitarra dal blues al free (il grande John Etheridge, un sostenitore dei Softs per mezzo secolo), feroce suonatore di sax (Theo Travis) e la batteria rivoluzionaria del nuovo arrivato Asaf Sirkis.













