UN dieci anni fa, il londinese Alex Peringer incuriosiva i circoli dei membership underground con la sua stravagante interpretazione della musica dance. Strutturate attorno a ritmi vertiginosi e storie ironiche di amanti insoddisfacenti e pillole sbagliate, le sue tracce fanno riferimento a tutto, dal funky britannico alla new wave e alle baracche marittime. Poi arrivarono diversi anni di quasi silenzio, ora spezzati da questo album di debutto autoprodotto, How Lengthy Has It Been? Il disco riconosce questa rottura non solo nel titolo, ma anche nel suono. Al primo ascolto, non potrebbe sembrare più diverso dai primi lavori di Peringer, con quelle costruzioni discordanti ora sostituite dal caldo armeggiamento del piano elettrico Rhodes e da un sentimento apparentemente serio. Ma tracce di quell’eccentricità persistono ancora in questa raccolta di atmosferiche ballate pop da digital camera da letto.
Il disco prende l’inverno come tema, anche se sembra adatto a questo periodo di transizione dell’anno, con le sue storie di introspezione e tempo incerto contrapposte advert arrangiamenti morbidi e semplici. Una manciata di elementi sottilmente traballanti gli impediscono di sembrare eccessivamente raffinato o ingenuo: Earlier than and After scivola in un riferimento a un “fatidico bong”; nel duetto sognante Two Lovers, i glitch attraversano i tasti scintillanti e le voci ospiti mumblecore. Altrove, gli accordi vacillano su Black Keys, uno dei tanti splendidi e desolati brani strumentali.
Il campo sinistro fiorisce e l’uso dell’eco richiama alla mente Arthur Russell dell’period World of Echo, mentre brani come Water of Life e I am Not Me canalizzano la malinconia stordita e il dramma silenzioso di Robert Wyatt. Come nel caso di quei musicisti, una parte considerevole del fascino qui deriva dalla voce deliziosamente fuori dal comune di Peringer, che barcolla tra i registri. Nella vivace traccia che dà il titolo, sembra vicino alla rottura mentre parla del nuovo figlio di un ex, prima di sminuire il tutto con una frecciata affettuosa. Anche nelle situazioni meno serie, queste canzoni pullulano di sentimento.
In uscita anche questo mese
Su Bunker Intimations II (Powerful Love), un’intensa sessione di improvvisazione di tre giorni del gruppo londinese Indice per la musica lavorativa si manifesta come un insieme di registrazioni brillanti e inquietanti. I brani sono poco illuminati e claustrofobici come ci si potrebbe aspettare, in agguato tra ipnotico area rock e scricchiolanti strumentali post-rock, con occasionali observe sbarazzine. ballata popolare e intermezzo sinfonico. Nel 1991, Rudy Tambala di AR Kane e Alison Shaw di Cranes registrarono una manciata di timide vignette sfumate come Sotto la pioggia. Tre decenni dopo, quelle tracce ricevono una rimasterizzazione e una nuova uscita, oltre a una nuova traccia, come Rise (Music From Reminiscence). Il loro suono downtempo influenzato dallo shoegaze sembra senza tempo. All Shall Go (Lengthy Gone Are the Previous Traditions) è una tempesta frenetica di parole parlate, percussioni industriali e torbide trame dub da Damos Digital camerail progetto dei musicisti londinesi Elijah Minnelli, Luke Miles e Nicholas Elson: è denso ma avvincente.












