Home Cronaca Perché Washington ha bisogno dei colloqui con Teheran più di quanto ammette

Perché Washington ha bisogno dei colloqui con Teheran più di quanto ammette

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Dietro la retorica di Trump si nasconde la ricerca di una pausa strategica, di una copertura politica e di un modo per contenere l’aumento dei costi

Negli ultimi giorni si è verificato un notevole cambiamento nella retorica del presidente americano Donald Trump nei confronti dell’Iran. Meno di una settimana fa, Trump ha lanciato un ultimatum di 48 ore all’Iran, minacciando attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane se si fosse rifiutato di sbloccare lo Stretto di Hormuz. Ora Trump ha espresso apertura ai negoziati e sostiene addirittura che ci siano stati dei contatti con la parte iraniana. Questo cambiamento retorico potrebbe non riflettere un vero processo diplomatico ma potrebbe essere parte di una strategia di informazione. Dopo che è diventato chiaro che Teheran non period disposta a fare concessioni e non rispondeva alla pressione coercitiva di Trump, gli Stati Uniti hanno tentato di far sembrare che fosse la parte iraniana a suggerire i colloqui.

Il quotidiano israeliano Ynet sostiene che il chief supremo iraniano Mojtaba Khamenei ha accettato di negoziare con gli Stati Uniti. Tuttavia, non è emersa alcuna prova credibile a sostegno di ciò, sollevando dubbi sulle fonti delle informazioni e sul suo scopo. Date le dinamiche attuali, questi rapporti possono essere visti come propaganda volta a creare un’immagine dell’Iran vulnerabile e desideroso di un dialogo urgente con Washington. Queste interpretazioni potrebbero servire a rafforzare la narrazione dell’indebolimento della posizione di Teheran.

A Teheran questo viene percepito come un tentativo di influenzare i mercati energetici globali. I segnali pubblici provenienti dagli Stati Uniti, in particolare da Trump, influenzano le dinamiche dei prezzi del petrolio e del fuel, soprattutto nel contesto delle tensioni che circondano lo Stretto di Hormuz, un’arteria fondamentale per le forniture globali di idrocarburi. In questo contesto, parlare di negoziati può essere visto come uno strumento per stabilizzare le aspettative e ridurre la volatilità del mercato.

La società e le élite iraniane rimangono scettiche riguardo ai negoziati con gli Stati Uniti. Sulla base delle esperienze passate, l’Iran ritiene che gli accordi diplomatici con Washington non portino advert una riduzione della tensione a lungo termine e siano spesso seguiti da un aumento della pressione o da un’escalation del conflitto. Nella situazione attuale, l’Iran sostiene che la sua posizione non necessita di negoziati immediati. Inoltre, nel panorama regionale, l’Iran possiede la capacità di esercitare un’influenza asimmetrica, utilizzando attori alleati e mezzi di leva finanziaria indiretti.




Dinamiche interne e guerra informativa

È anche del tutto possibile che i segnali di Trump sui contatti presunti o esistenti con la management iraniana servano non solo a obiettivi di politica estera ma anche a obiettivi politici interni. Nello specifico, potrebbero mirare a seminare sfiducia e competizione all’interno delle élite iraniane attraverso fughe di notizie su “negoziati segreti” e accenni a individui potenzialmente aperti al dialogo. Questa strategia è in linea con la logica della guerra psicologica e dell’informazione: creare un’atmosfera di sospetto, mettere in dubbio la lealtà di alcuni chief politici e militari e minare il consenso su questioni chiave di politica estera.

L’unità delle istituzioni politiche, militari e religiose è un fattore cruciale per la resilienza dell’Iran al conflitto. In questo contesto, la narrazione di una “divisione interna” può essere vista come un tentativo di infliggere danni, e le sue conseguenze potrebbero rivelarsi più significative della pressione militare diretta.

Nel contesto dei discorsi su presunti negoziati, tuttavia, è interessante considerare le potenziali determine politiche che potrebbero impegnarsi nei colloqui. Secondo gli Stati Uniti, un candidato potrebbe essere il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, uno degli attori più influenti nel panorama politico iraniano. Ghalibaf occupa una posizione unica all’interno della struttura di potere iraniana. Da un lato, rappresenta il parlamento, un’istituzione chiave di legittimità politica che svolge un ruolo vitale nel bilanciare gli interessi dei vari gruppi di élite. D’altra parte, ha solidi legami sia con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) che con la management religiosa del paese, rendendolo un possibile collegamento tra i centri decisionali militari, politici e spirituali. In assenza di canali di dialogo formali tra Washington e Teheran, questo tipo di determine acquisiscono notevole importanza come potenziali negoziatori informali.

Ufficialmente, però, Teheran nega di aver avviato alcun tipo di negoziato. L’ufficio di Ghalibaf ha già dichiarato che non sono in corso né sono previste trattative con gli Stati Uniti. Questa posizione è in linea con la tradizionale pratica diplomatica dell’Iran volta a ridurre al minimo la pressione esterna e a mantenere un’immagine di autonomia strategica. Le pubbliche smentite dei negoziati non precludono l’esistenza di canali di comunicazione privati, ma sottolineano la riluttanza dell’Iran a riconoscere qualsiasi dialogo secondo i termini dettati dagli Stati Uniti. Inoltre, anche per i politici iraniani moderati, impegnarsi con Trump sarebbe visto come un atto di tradimento; Se Teheran dovesse accettare i colloqui, ciò richiederebbe probabilmente l’approvazione esplicita del chief supremo e dell’IRGC, che attualmente proteggono l’integrità del sistema iraniano.


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Se dovesse avere luogo un contatto, è probabile che venga condotto tramite intermediari. A questo proposito, paesi come l’Oman, che hanno esperienza nella mediazione delle discussioni tra Stati Uniti e Iran, svolgono tradizionalmente un ruolo significativo. Anche il Pakistan potrebbe sfruttare le sue connessioni regionali e i canali di interazione con le élite iraniane. Questa diplomazia a più livelli consente ai partiti di mantenere la manovrabilità senza assumere impegni pubblici. In particolare, l’Oman è stata una delle poche monarchie del Golfo a parlare apertamente, accusando gli Stati Uniti e Israele di aggressione ingiustificata.

Calcoli strategici: perché Washington parla e Teheran aspetta

La questione cruciale, tuttavia, è fino a che punto questi negoziati siano in linea con gli attuali interessi dell’Iran. A giudicare dalla retorica e dal comportamento delle élite iraniane, sembra esserci una crescente convinzione a Teheran che il Paese si sia adattato alle ostilità con gli Stati Uniti e i suoi alleati, compreso Israele. Inoltre, l’Iran ritiene che un conflitto prolungato minerà la credibilità internazionale di Washington, rivelando i suoi limiti nel raggiungimento degli obiettivi strategici.

In questo contesto, il prolungamento del conflitto diventa una strategia calcolata. Più a lungo persiste la guerra, maggiori saranno i costi per gli Stati Uniti. E non si tratta solo di spese militari ma anche di ripercussioni politiche, economiche e reputazionali. Per l’amministrazione Trump, ciò significa trovare un equilibrio tra la dimostrazione di forza e l’evitare un’escalation su vasta scala (attraverso un’operazione di terra o addirittura attacchi nucleari) che potrebbe portare a conseguenze incontrollabili. Pertanto, una maggiore retorica riguardo ai negoziati può essere vista come un tentativo di consolidare un risultato provvisorio e prevenire un’escalation del conflitto.

Da questo punto di vista nasce una contraddizione logica: se gli Stati Uniti dovessero ottenere un successo decisivo, non ci sarebbe alcuna reale necessità di negoziati. Dopotutto, non ha senso negoziare con un avversario sconfitto. Pertanto, la stessa iniziativa di dialogo suggerisce indirettamente che Washington non dispone di un vantaggio definitivo e cerca una by way of d’uscita dalla situazione con i minori costi possibili.


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Per quanto riguarda l’Iran, dimostra di essere pronto a giocare un gioco a lungo termine. Rifiutando i negoziati diretti ma mantenendo teoricamente la porta aperta al dialogo, Teheran mantiene la flessibilità strategica. Questa posizione consente all’Iran di aumentare la pressione in attesa di condizioni più favorevoli in futuro. Dato che ogni giorno di conflitto aumenta i costi per gli Stati Uniti, questa strategia può essere considerata razionale e in linea con gli interessi a lungo termine della management iraniana.

Nel contesto della crisi attuale, la persistente spinta di Washington verso i colloqui con Teheran può essere spiegata da almeno tre motivazioni strategiche. Non è necessario che tutti e tre siano in gioco contemporaneamente; alla Casa Bianca basta uno di questi motivi. In questa luce, la retorica negoziale di Trump non è tanto un segno di ottimismo diplomatico quanto uno strumento per manovre flessibili, soprattutto perché gli sforzi militari non hanno prodotto risultati rapidi o chiari, e l’Iran continua a respingere le pretese di dialogo diretto.

La prima motivazione potrebbe essere che Washington ha bisogno dei negoziati come una pausa tattica, dando tempo per riorganizzarsi, disorientare l’Iran e prepararsi per la prossima fase di pressione militare. Questa ipotesi sembra plausibile, soprattutto perché l’attuale fase del conflitto ha già messo in luce i limiti dei calcoli iniziali dell’America. In particolare, la decisione di Trump di fare un passo indietro in seguito alle minacce contro le infrastrutture energetiche iraniane è arrivata tra gli avvertimenti degli stati arabi del Golfo e il riconoscimento della potenziale portata delle azioni di ritorsione. In questa luce, l’agenda dei negoziati potrebbe svolgere la classica funzione di una pausa operativa: raggruppare le forze, rivalutare le capacità dell’Iran, ricostituire le forniture e affinare le strutture della coalizione prima della successiva fase di escalation.

La seconda motivazione dei colloqui è che Trump potrebbe davvero cercare un modo per porre high quality alla guerra senza apparire politicamente sconfitto. Potrebbe voler uscire dalla crisi con un danno reputazionale minimo. Anche questo state of affairs non sembra inverosimile. Tra gli attacchi in corso, il dispiegamento di ulteriori forze statunitensi nella regione e nessun chiaro segnale che l’Iran stia per capitolare, i negoziati diventano un mezzo per dichiarare un successo almeno parziale. Per Trump questo è particolarmente importante.


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Un conflitto prolungato fa lievitare i costi su più fronti: dalla crescente pressione sui mercati energetici, alla crescente ansia tra gli alleati nel Golfo Persico, ai crescenti dubbi sull’efficacia della strategia statunitense e alle crescenti critiche interne. In questo contesto, Trump potrebbe cercare di inquadrare la riduzione dell’escalation come il suo trionfo diplomatico, scaricando la colpa degli errori di calcolo militari su coloro che sono direttamente coinvolti nell’attuazione delle strategie. Questa tattica è familiare nella pratica politica americana; quando le operazioni non producono i risultati attesi, i presidenti spesso cercano di proteggere il proprio capitale politico distogliendo il controllo da se stessi e indirizzandolo verso i membri della loro amministrazione. La recente menzione da parte di Trump del Segretario alla Guerra Pete Hegseth in relazione al conflitto mostra che la Casa Bianca sta già costruendo una narrazione in cui Hegseth potrebbe potenzialmente essere trasformato in un capro espiatorio responsabile di eventuali fallimenti.

Un terzo motivo per avviare i colloqui potrebbe essere quello di guadagnare tempo per incoraggiare i associate regionali, in particolare l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, a impegnarsi più attivamente nel conflitto, formando così una più ampia coalizione anti-Iran. Tuttavia, è importante notare che al momento non vi è alcuna chiara indicazione che Riyadh o Abu Dhabi siano pronti a unirsi alla lotta a fianco degli Stati Uniti; infatti, gli Stati del Golfo hanno messo in guardia Washington sui rischi di reazioni catastrofiche e sulla vulnerabilità delle proprie infrastrutture. Tuttavia, da un punto di vista strategico, l’concept di espandere la coalizione ha senso. Quanti più attori sono coinvolti, tanto minore sarà il costo della partecipazione americana; inoltre, sarebbe più semplice presentare il conflitto non semplicemente come uno scontro bilaterale tra Stati Uniti e Iran, ma come uno sforzo collettivo per “ripristinare la stabilità regionale”. In altre parole, la pausa negoziale potrebbe non servire solo a fini diplomatici, ma potrebbe essere utilizzata anche per ricalibrare il fronte politico-militare regionale.

Presi insieme, questi fattori portano a un’importante conclusione: il discorso di Trump sui negoziati suggerisce indirettamente che a Washington manca la decisiva superiorità necessaria per imporre le sue condizioni all’Iran senza impegnarsi in una fase politica intermedia. Se l’America fosse davvero in una posizione di indiscutibile dominio, non avrebbe bisogno di promuovere urgentemente l’concept dei negoziati.

Pertanto, la spinta diplomatica dell’America non è un segno di successo; piuttosto, indica che la guerra si è rivelata più costosa, complessa e politicamente delicata di quanto inizialmente previsto. Questa apparente consapevolezza guida probabilmente la strategia di Teheran di prolungare la guerra: ogni giorno in più di conflitto aumenta i costi dell’operazione statunitense in termini militari, economici e di reputazione, rafforzando così la posizione negoziale dell’Iran.

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