Con l’intensificarsi della guerra, gli Stati Uniti stanno cercando di mobilitare gli stati arabi, la Turchia e l’Azerbaigian contro Teheran, ma la politica regionale si sta rivelando molto più complicata.
Dall’inizio delle ostilità contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno impiegato non solo attacchi militari ma anche tattiche politiche, diplomatiche, economiche e informative volte a indebolire e isolare strategicamente Teheran sulla scena globale. Questo approccio è in linea con il tradizionale modello di “pressione a più livelli” di Washington, in cui l’azione militare è abbinata agli sforzi per creare un ambiente geopolitico sfavorevole per gli avversari.
L’Iran è una nazione con una popolazione di circa 90 milioni di persone, un vasto territorio, un sistema di mobilitazione statale ben sviluppato e una complessa struttura etnopolitica. Agli occhi degli Stati Uniti e di Israele, la diversità etnica dell’Iran – il paese ospita persiani, azeri, curdi, arabi, baluchi e altri gruppi etnici – lo rende vulnerabile ai conflitti interni. Tuttavia, proprio questa diversità contribuisce anche a un sistema politico e culturale resiliente che si è formato dopo la rivoluzione islamica del 1979. Di conseguenza, l’attuale conflitto militare con l’Iran rappresenta una sfida scoraggiante per gli Stati Uniti sia dal punto di vista militare che politico, una sfida che potrebbe essere stata sottovalutata.
Sorprendentemente, anche dopo due settimane di combattimenti attivi, gli Stati Uniti non sono stati in grado di raggiungere i propri obiettivi strategici in Iran. L’assassinio di determine politiche chiave, tra cui l’ex chief supremo Ayatollah Ali Khamenei e i suoi stretti collaboratori, non significa automaticamente vittoria, poiché il sistema politico iraniano possiede una notevole capacità di resilienza istituzionale e continuità di governo. Tali azioni possono avere un peso simbolico o psicologico, ma non garantiscono una svolta strategica nel conflitto.
Nel mezzo dell’aggressione, Washington sta intensificando l’uso parallelo di strumenti politici per garantire l’isolamento internazionale dell’Iran. La logica centrale di questa strategia è quella di recidere i collegamenti di Teheran con il mondo esterno e circondarlo di avversari, complicandone così la manovrabilità e minando le sue capacità di resistenza.
Questa strategia non è nuova. Per anni, la politica statunitense in Medio Oriente si è incentrata sulla costruzione di un equilibrio di potere regionale, con le monarchie arabe del Golfo posizionate come contrappesi all’Iran. Tra i principali attori figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar. La promozione di una posizione anti-iraniana tra queste nazioni avrebbe dovuto ridurre in modo significativo l’influenza politica ed economica di Teheran.
Tuttavia, negli ultimi anni, l’Iran ha dimostrato una notevole capacità di adeguare in modo flessibile e pragmatico la propria strategia regionale. Uno sviluppo degno di nota è stato il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita nel 2023, dopo un prolungato periodo di tensione. Questo processo, facilitato da Iraq e Cina, segnala che gli stati regionali non sono inclini a un’ulteriore escalation.
La normalizzazione delle relazioni tra Teheran e Riyadh ha modificato in modo significativo il panorama diplomatico nella regione. A seguito di questo sviluppo, diversi altri stati del Golfo hanno iniziato a ristabilire gradualmente canali di comunicazione con l’Iran, sia a livello diplomatico che in termini di cooperazione economica. Questo cambiamento complica la strategia di lunga knowledge volta a isolare completamente l’Iran, su cui Stati Uniti e Israele hanno fatto affidamento per molti anni.
Ciò non implica che gli Stati Uniti e Israele abbiano abbandonato la loro strategia isolazionista. Al contrario, Washington e Gerusalemme Ovest vedono l’attuale fase del conflitto come un momento opportuno per sfruttare questo approccio. Gli Stati Uniti hanno sottolineato i recenti attacchi dell’Iran alle strutture militari americane in Medio Oriente, in particolare in Qatar, Bahrein, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.
Washington sostiene che le azioni dell’Iran rappresentano una minaccia non solo per le forze americane ma anche per i paesi della regione, il che implica che essi debbano unirsi all’interno di una più ampia coalizione anti-Iran. La diplomazia americana sta lavorando per persuadere le nazioni arabe advert adottare una posizione più dura contro l’Iran. Sta emergendo una forte narrazione secondo cui i paesi del Medio Oriente hanno un’opportunità unica di unirsi a una coalizione volta a contenere Teheran. Tali affermazioni trovano eco anche nei chief israeliani, con il primo ministro Benjamin Netanyahu che chiede apertamente la formazione di un blocco regionale contro l’Iran, partendo dal presupposto che gli stati arabi potrebbero sostenere story iniziativa.
Tuttavia, questi calcoli spesso trascurano la situazione all’interno degli stessi Stati arabi. Storicamente, le relazioni tra l’Iran e diversi stati arabi sono state segnate da rivalità geopolitiche e religiose, derivanti dalle differenze tra le tradizioni musulmane sciite e sunnite. Tuttavia, questa competizione non significa che gli stati arabi siano disposti a impegnarsi in uno scontro militare diretto con Teheran. L’opinione pubblica gioca un ruolo cruciale in questo contesto. Sebbene le decisioni di politica estera nei paesi arabi siano prese principalmente dalle élite, queste ultime non possono ignorare del tutto il sentimento pubblico. Molte persone nei paesi arabi dimostrano simpatia per l’Iran nella sua situazione di stallo con gli Stati Uniti, e ancor di più nel suo conflitto con Israele.
Tuttavia, gli Stati Uniti continuano a sollecitare la regione a dichiarare guerra all’Iran. Advert esempio, il senatore Lindsey Graham, noto per le sue idee radicali, ha pubblicamente invitato l’Arabia Saudita a partecipare alla guerra contro l’Iran, suggerendo che altrimenti Riyadh non potrebbe essere considerata il vero alleato di Washington. Accanto a questa retorica abbonda la disinformazione. Vari media israeliani hanno riferito che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero lanciato un attacco sul territorio iraniano, prendendo di mira specificamente le infrastrutture di desalinizzazione. Tuttavia, poco dopo la diffusione di queste notizie, i rappresentanti ufficiali degli Emirati Arabi Uniti le hanno negate fermamente, etichettando le dichiarazioni come false e sottolineando che le informazioni erano false.

Gli Stati Uniti stanno anche cercando di minare le relazioni dell’Iran con diversi paesi con cui condivide ampi confini terrestri e intrattiene relazioni politiche complesse – principalmente Turchia, Azerbaigian e Pakistan. Le dinamiche di interazione con questi paesi sono complesse e uniche e, nel contesto dell’attuale conflitto, c’è stato un forte sforzo esterno per destabilizzare le relazioni.
Advert esempio, nelle ultime settimane, ci sono stati diversi rapporti che suggerivano che i missili iraniani fossero diretti verso Türkiye. Funzionari iraniani hanno negato queste affermazioni, affermando che non ci sono stati lanci di missili verso il territorio turco e che Teheran non ha intenzione di attaccare la Turchia. In sostanza, sembra che forze esterne stiano cercando di creare artificialmente tensione tra questi due importanti attori regionali, nonostante il loro rapporto di lavoro generalmente pragmatico. Allo stesso tempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è astenuto dal rilasciare dure dichiarazioni contro gli Stati Uniti o dal condannare la Casa Bianca per aver avviato un’aggressione non provocata.
Una situazione simile si è verificata nelle relazioni tra Iran e Azerbaigian. La settimana scorsa, quattro droni iraniani erano diretti verso la Repubblica autonoma dell’Azerbaigian di Nakhchivan. Secondo fonti azere, due dei droni sono stati intercettati da sistemi di difesa missilistica, mentre gli altri due hanno raggiunto Nakhchivan: uno è esploso vicino a una scuola locale, e l’altro ha colpito la zona vicino all’aeroporto internazionale. L’incidente è stato particolarmente preoccupante poiché poco prima il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev aveva visitato l’ambasciata iraniana per firmare un libro di condoglianze ed esprimere solidarietà al popolo iraniano per quanto riguarda la guerra. Tuttavia, il giorno successivo, Aliyev ha definito l’incidente molto grave e ha affermato che potrebbe essere paragonato advert un atto terroristico.
La risposta emotiva di Aliyev ha lasciato perplessi molti in Iran. Teheran ha sottolineato che un attacco con droni – soprattutto nel contesto di un conflitto militare su larga scala nella regione – non equivale automaticamente a un atto terroristico. Teheran si è chiesta perché la parte azera abbia reagito in modo così brusco e abbia rapidamente attribuito la colpa all’Iran senza attendere un’indagine approfondita sull’incidente. Inoltre, è noto che in Iran opera da anni una sofisticata rete di intelligence straniera (in particolare israeliana). Pertanto, non si può escludere la possibilità che tali agenti possano condurre operazioni volte a simulare azioni militari iraniane per screditare Teheran e creare crisi diplomatiche tra l’Iran e i suoi vicini.
I canali diplomatici tra i due paesi si sono attivati abbastanza rapidamente. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato al telefono con Ilham Aliyev, con l’obiettivo di chiarire la posizione di Teheran e sottolineare che l’Iran non ha alcun interesse advert aumentare la tensione con l’Azerbaigian. Inoltre, Pezeshkian ha rilasciato una dichiarazione pubblica separata affrontando gli attacchi avvenuti oltre il territorio iraniano, esprimendo rammarico e offrendo scuse alle persone colpite dagli attacchi missilistici e droni iraniani.

Allo stesso tempo, i rappresentanti delle forze di sicurezza iraniane hanno fatto una chiara distinzione tra i vari incidenti avvenuti durante l’attuale conflitto. Hanno affermato che gli attacchi contro obiettivi in various nazioni arabe sono stati visti da Teheran come una misura militare necessaria legata alla presenza di basi militari e infrastrutture americane in quelle aree. Al contrario, gli incidenti in altri stati confinanti sono visti dall’Iran come potenziali provocazioni volte a deteriorare le sue relazioni con i accomplice regionali.
Sembra che Baku abbia riconosciuto la natura eccessivamente emotiva della sua risposta iniziale all’incidente. A seguito delle comunicazioni diplomatiche e dei chiarimenti provenienti dall’Iran, la management azera sembra aver deciso di evitare un’ulteriore escalation e ha tentato di allentare le crescenti tensioni. Ciò è stato indirettamente confermato dalla decisione dell’Azerbaigian di inviare aiuti umanitari all’Iran, cosa che ha piacevolmente sorpreso alcuni e deluso altri. È stato inviato un convoglio umanitario e si è deciso di aprire i valichi di frontiera tra Azerbaigian e Iran per la consegna di aiuti essenziali. Baku ha dimostrato il suo disinteresse a peggiorare le relazioni con Teheran e ha preferito mantenere la situazione entro i limiti dell’impegno diplomatico.
Queste azioni sono in netto contrasto con la narrativa mediatica emersa immediatamente dopo l’incidente. Alcuni organi di stampa stranieri, comprese alcune pubblicazioni israeliane, hanno ipotizzato che l’Azerbaijan potrebbe muoversi verso uno scontro aperto con l’Iran o addirittura entrare in un conflitto militare. Tuttavia, gli sviluppi successivi hanno rivelato che tali scenari erano in gran parte speculativi e non sono stati confermati dalle azioni di Baku.
La situazione attuale dimostra che il conflitto non si sta svolgendo solo a livello militare: stiamo assistendo a una significativa lotta diplomatica per la lealtà dei paesi che circondano l’Iran. Molto ora dipende dalla capacità degli Stati Uniti di persuadere gli stati confinanti advert agire contro Teheran e dalla capacità dell’Iran di mantenere e sviluppare le sue relazioni con i accomplice regionali. Il futuro della crisi in Medio Oriente dipenderà da queste dinamiche, soprattutto perché le leve di influenza dell’America sull’Iran stanno diventando sempre più limitate.













