Brexit cos’è La Brexit spiegata per tutti

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Da diverse settimane si sente parlare di Brexit ma per molti alcuni concetti non sono chiari. Se ne parla tanto ma nessuno l’ha spiegata. Ecco, per punti, cosa è, dove nasce, perché è importante e quali saranno gli effetti.

Brexit, cos’è?

Per Brexit si intende l’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna, Brexit è la crasi di Britain (Bretagna) ed Exit (uscita).

Origini della Brexit

La Gran Bretagna è stato (anzi, allo stato attuale, è) un membro sui generis dell’Unione. Il Regno Unito, come e più di altri Paesi, ha potuto godere della cosiddetta opt-out, ovvero la possibilità di sottrarsi ad alcuni accordi o provvedimenti comunitari. Londra infatti non è parte di Schengen (libertà di movimento), non fa parte dell’unione monetaria (Euro), non ha preso parte agli accordi in materia di giustizia e polizia, non è sottoposta alla giurisdizione della Corte di Giustizia e fino al 1997 non aveva accettato il Protocollo sui diritti sociali.

Lo scetticismo inglese nei confronti di Bruxelles ha diverse ragioni, di natura storica, economica che culturale. La Gran Bretagna si è sempre considerata altro dall’Europa, politicamente ha sempre guardato agli Stati Uniti e ha sempre avuto la velleità di agire da sola, come la superpotenza che era fino alla seconda guerra mondiale, il suo sistema costituzionale e giuridico è molto diverso da quello europeo e anche la sua economia, forte del suo Commonwealth (l’ex-Impero Britannico) e del suo settore finanziario, ha delle caratteristiche diverse da quelle europee.

Nulla di strano quindi se una larga fetta della popolazione britannica sia stata storicamente euroscettica se non proprio antieuropea.

Perché il referendum?

Innanzitutto bisogna specificare che il referendum ha un semplice valore consultivo e non vincolante, il Parlamento e il Governo britannico potrebbero decidere di ignorarlo e rimanere nella UE. È un’ipotesi remota e improbabile ma da un punto di vista legale possibile. Ad indire il referendum è stato il primo ministro Cameron un anno fa, il leader conservatore nella campagna elettorale scorsa sembrava in difficoltà, così per accaparrarsi le simpatie del vasto elettorato euroscettico promise che se fosse stato eletto avrebbe fatto un referendum per chiedere ai britannici se volessero rimanere in Europa o meno. Cameron alla fine vinse quelle elezioni, e decise quindi di organizzare il referendum, sicuro di vincerlo e di rimanere nell’Unione.

La Gran Bretagna lascia l’Unione Europea

A dispetto di quanto immaginava Cameron l’anno prima,  il 23 giugno 2016 il referendum ha visto il 51,9% dei britannici votare a favore del Leave (lasciare) contro il 48,1% del Remain (rimanere) ed un’affluenza del 72,2%.

I motivi per cui ha vinto il Leave sono tanti e ancora alcuni non sono chiari neanche agli analisti. Di sicuro i fautori del’uscita hanno fatto una campagna referendaria più martellante e capillare mentre quella per rimanere, specie quella del leader laburista Corbin, è stata scialba e poco convinta. Inoltre coloro che erano per l’uscita hanno puntato molto sulla paura dell’immigrazione dall’Europa, una campagna fatta contro gli immigrati polacchi, italiani, greci, bulgari, spagnoli accusati di rubare il lavoro agli inglesi e anche la paura per i rifugiati, temendo che la Gran Bretagna, stando in Europa, sarebbe stata costretta ad accogliere centinaia di migliaia di rifugiati dalla Siria e dall’Africa.

Al contrario, i fautori del Remain (restare) si sono concentrati solo sugli effetti finanziari, senza far leva sulla dimensione dei diritti, della cittadinanza e sugli effetti nell’economia reale

Cosa succede adesso

Per avviare le trattative per l’uscita dalla UE, il governo britannico dovrà notificare al Consiglio la sua volontà di recedere. Da quel momento inizieranno le trattative che secondo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona non possono durare più di 2 anni, salvo accordo per una proroga.

Perché è così importante trovare un accordo? È importante perché i trattati che istituiscono l’Unione regolano la quasi totalità dei rapporti tra gli Stati membri e numerose leggi nazionali sono il recepimento di direttive europee. Un’uscita della Gran Bretagna senza un accordo per regolare i rapporti con gli altri 27 Stati significherebbe mettere un muro sulla Manica, complicando o rendendo impossibili commerci e movimenti.

Quelli che saranno gli effetti della Brexit sono incerti. In Gran Bretagna ha causato un terremoto politico con le dimissioni del premier e la spaccatura del fronte laburista con sempre più esponenti del partito che vogliono la testa di Corbin, accusato di aver condotto una fallimentare campagna per il Remain.

Non solo politica, anche dal punto di vista costituzionale il Regno è in crisi. In Scozia e in Irlanda del Nord si è votato a larghissima maggioranza per rimanere in UE e ora i governi nazionali minacciano l’indipendenza. L’Irlanda del Nord, che condivide con l’Eire e quindi con la UE un lungo confine di terra sarebbe quello economicamente più svantaggiato, vedendo compromessi i continui commerci e trasferimenti con la Repubblica d’Irlanda, proprio per questo le vosi per una riunificazione irlandese si levano altissime.

La Scozia due anni fa aveva già fatto un referendum sull’indipendenza, ma punto forte degli unionisti era proprio che una Scozia indipendente si sarebbe trovata fuori dalla UE e avrebbe dovuto iniziare da 0 le trattative con la prevedibile opposizione del Regno Unito. Ora che la situazione si è ribaltata le spinte indipendentiste scozzesi sono più forti che mai.

Duro colpo anche all’economia britannica. Se non dovesse essere raggiunto un accordo le aziende che hanno sede nell’isola, ma che operano in tutta Europa, dovrebbero aprire una seconda sede nel continente e a quel punto lascerebbero o ridurrebbero la loro presenza in Inghilterra. Soprattutto le grandi banche e assicurazioni, che hanno quasi tutte sede a Londra, sarebbero costrette a trasferirsi, per rendere l’idea basta ricordare che nella sola area della capitale inglese sono circa 2 milioni le persone che direttamente o indirettamente lavorano nel settore finanziario. 2 milioni di posti ora a rischio.

E in Europa? Se in Europa i rischi economici sono più limitati, i rischi politici sono altissimi. In un periodo in cui le tensioni euroscettiche attraversavano il continente per via della crisi, l’uscita di Londra ha dato fiato a queste con la Le Pen, ad esempio, che si è affrettata a chiedere un referendum anche in Francia, insomma il rischio è un effetto domino.

Rischio ma anche opportunità

La sberla ricevuta da Londra può però far capire che è il momento di riformare profondamente l’Unione, rendendola più simile ad un Paese federale come gli Stati Uniti piuttosto che ad un’assemblea di Governi indaffarati a fare i propri interessi a scapito dei vicini/partner. I primi segnali, con vertici tra Governi senza dare spazio a Commissione ed Europarlamento, però non inducono all’ottimismo.

Quale sarà il futuro è difficile dirlo, l’unica cosa sicura è che la Brexit entrerà nei libri di storia come uno di quei momenti chiave della storia europea, se la svolta sarà in negativo o in positivo al momento è impossibile da pronosticare. Non ci resta solo che sperare.

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