Gli archeologi hanno identificato impronte umane di 120.000 anni fa nell’antico sito lacustre di Alathar nel deserto del Nefud, in Arabia Saudita. Antichi manufatti umani scoperti nel deserto del Nefud dimostrano una lunga storia di insediamenti umani nella regione. Secondo la ricerca pubblicata su Science Advances, il sito embrace impronte umane di 120.000 anni trovate advert Alathar (un antico lago), fornendo il più antico esempio datato di Homo sapiens nella penisola arabica, spostando indietro la linea temporale della migrazione umana dall’Africa. Durante l’Ultimo Interglaciale, prima che l’space diventasse arida, veniva chiamata “Arabia Verde”, completa di grandi laghi e abbondante vita vegetale e animale. Molte delle impronte risalenti a 120.000 anni fa sono state scoperte in collaborazione dagli archeologi del Max Planck Institute e della Saudi Heritage Authority. Queste impronte forniscono la prova che i primi esseri umani, che utilizzavano i sistemi lacustri interni come eccellenti habitat e corridoi migratori, vissero e migrarono con elefanti preistorici e ippopotami per circa 15.000 anni, quando le condizioni climatiche consentivano una buona vita e una buona migrazione.
La scoperta di Alathar: impronte umane di 120.000 anni fa in Arabia Saudita
I ricercatori che lavorano advert Alathar nel deserto del Nefud hanno trovato antiche tracce di esseri umani anatomicamente moderni (Homo sapiens). Secondo Science Advances (Analysis Journal), i ricercatori sia del Max-Planck Institute che del Ministero della Cultura saudita hanno utilizzato la datazione con luminescenza otticamente stimolata (OSL) per stabilire una cronologia di 120.000 anni. Rappresenta la prima prova della presenza di esseri umani moderni in questa parte del mondo, colmando di fatto una significativa lacuna spaziale e temporale nei modelli di dispersione degli ominidi.
Il fenomeno dell’Arabia Verde
Un articolo del Max Planck Institute mostra che circa 120.000 anni fa, il deserto del Nefud period un luogo verde e umido, con molti laghi e abbondanti praterie. Questo periodo di tempo è chiamato l’ultimo periodo interglaciale ed è stato caratterizzato da una stagione dei monsoni più umida, trasformando l’Arabia centrale nell’Arabia verde. Questi cambiamenti ambientali hanno creato nuove e adeguate rotte migratorie, consentendo agli esseri umani e alla megafauna di sfruttare i corridoi lacustri interni attraverso la penisola.
Coesistere con i giganti preistorici
Non solo il sito di Alathar contiene tracce di esseri umani, ma ci sono anche centinaia di tracce di altre specie, tra cui antichi elefanti, antichi cavalli e camelidi giganti (la megafauna del Pleistocene ormai estinta). Il fatto che il sito di Alathar sia privo di strumenti in pietra ci cube che gli esseri umani usavano il lago come un “abbeveratoio temporaneo”; pertanto, Alathar ci offre una straordinaria opportunità di vedere come i primi esseri umani si muovevano attraverso un ambiente in cui coesistevano con enormi quantità di megafauna sia del Pleistocene che moderna.
Sfidare il modello “fuori dall’Africa”.
Questa scoperta cambia le tempistiche che abbiamo per le prime dispersioni degli esseri umani moderni. Secondo il Ministero della Cultura saudita, se gli esseri umani moderni erano presenti nell’interno dell’Arabia circa 120.000 anni fa, ciò suggerisce che l’Homo sapiens si sia espanso dall’Africa prima e più frequentemente di quanto si credesse in passato. Inoltre, questa mostra dimostra che i nostri antenati non solo viaggiavano lungo le coste ma potevano anche viaggiare nell’entroterra quando in una regione c’erano abbastanza acqua e cibo per sostenere la vita umana.










