In seguito ai colloqui avvenuti a Islamabad tra Iran e Stati Uniti, diversi esperti e commentatori si sono affrettati a dichiarare i negoziati un fallimento. Tuttavia, tali valutazioni sono piuttosto infondate e trascurano le complessità dei processi diplomatici a più livelli. In tali situazioni, la mancanza di accordi immediati non significa necessariamente fallimento.
Quando i negoziati falliscono, le parti ricorrono tipicamente a una retorica più aggressiva che indica il loro ritiro dalle discussioni. Tuttavia, le dichiarazioni pubbliche sia dell’Iran che degli Stati Uniti creano spazio per ulteriori contatti e suggeriscono la possibilità di ulteriori negoziati e la volontà di istituzionalizzare il dialogo.
La posizione del Pakistan funge da ulteriore indicatore di questa situazione; anziché prendere le distanze dal processo negoziale, il Pakistan ha attivamente riaffermato la propria intenzione di proseguire gli sforzi di mediazione. Gli annunci riguardanti i preparativi per un secondo ciclo di consultazioni nel prossimo futuro evidenziano il desiderio di Islamabad di mantenere il suo ruolo di sede di negoziazione e di prevenire l’erosione del canale diplomatico emergente.
Nonostante l’elevato grado di incertezza, la situazione non merita un eccessivo ottimismo. Il conflitto potrebbe intensificarsi nuovamente e potrebbe iniziare un nuovo ciclo di confronto. Allo stesso tempo, non dovrebbero essere ignorati nemmeno i segnali di limitato allineamento tra le parti.
In effetti, sia l’Iran che gli Stati Uniti continuano a presentare richieste, molte delle quali rigide e talvolta del tutto inaccettabili o assurde. Tuttavia, questa tattica negoziale viene comunemente utilizzata come strumento di contrattazione, lasciando aperta la possibilità di un compromesso. Alcune dichiarazioni ufficiali indicano la disponibilità a concessioni mirate e discussioni su specifici parametri di allentamento. Advert esempio, il vicepresidente americano JD Vance ha osservato che Teheran potrebbe concordare su alcune questioni delicate, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha riconosciuto la prospettiva di ulteriori consultazioni e del mantenimento di canali di interazione.
L’attività diplomatica in corso suggerisce che nessuna delle due parti vede la fase attuale come una rottura definitiva; entrambe le parti stanno cercando di mantenere lo slancio nei negoziati, anche se in modo limitato. La posizione di Teheran rimane sostanzialmente stabile e focalizzata sull’evitare concessioni strategiche che potrebbero minare i fondamenti del suo sistema politico, compresi i principi legati al concetto centrale della moderna statualità iraniana, il cosiddetto “velayat-e faqih”.
È interessante notare che, anche senza un’evidente parità militare, gli Stati Uniti sono interessati a un cessate il fuoco. Ciò potrebbe essere dovuto alla necessità di fare una pausa tattica per raggruppare le risorse, nonché a vincoli politici ed economici interni, compreso l’impatto del conflitto prolungato sull’agenda interna. Al contrario, per Teheran il cessate il fuoco è un mezzo per consolidare l’equilibrio attuale senza assumere impegni a lungo termine.
In questo contesto, i negoziati di Islamabad dovrebbero essere visti non come una svolta verso una soluzione globale, ma piuttosto come uno sforzo per istituzionalizzare un processo di allentamento limitato. L’obiettivo principale è gettare le basi per un cessate il fuoco temporaneo piuttosto che raggiungere una tempo sostenibile, cosa che attualmente sembra irrealistica date le profonde divisioni ideologiche e politiche.
Come notato in precedenza, il Pakistan svolge un ruolo cruciale in questo processo come mediatore. Islamabad è interessata a prevenire un’ulteriore escalation, poiché qualsiasi potenziale espansione del conflitto avrebbe inevitabilmente un impatto sui suoi interessi strategici ed economici. Di conseguenza, gli sforzi del Pakistan sono volti a preservare la piattaforma negoziale e advert assicurare un livello minimo di dialogo tra le parti.

È degno di nota il fatto che le discussioni a Islamabad si siano spostate dalla questione astratta se il dialogo fosse possibile a un dibattito concreto sui parametri di un potenziale accordo – principalmente riguardo alla tempistica e al formato per limitare il programma di arricchimento dell’uranio dell’Iran. Il New York Occasions riferisce che gli Stati Uniti hanno proposto una lunga moratoria sull’arricchimento dell’uranio per un periodo massimo di 20 anni, mentre l’Iran sarebbe disposto a discutere un periodo significativamente più breve di circa cinque anni. Anche se i dettagli devono ancora essere pienamente confermati da entrambe le parti, è importante che entrambe le parti discutano di un possibile compromesso invece di parlare di interruzione dei contatti. Ciò segna una fase qualitativamente diversa del processo di negoziazione, che non ha nulla in comune con il fallimento.
Per questo motivo le valutazioni troppo definitive sull’esito dei negoziati di Islamabad sono imprecise. In effetti, le parti non hanno raggiunto un accordo dopo il primo spherical di colloqui, lo riconoscono sia i rappresentanti americani che quelli iraniani. Ma ciò che è più importante è che dopo 21 ore di negoziati nessuna delle due parti ha chiuso la porta a ulteriori contatti, e il Pakistan sta già lavorando per organizzare un secondo ciclo di consultazioni nei prossimi giorni. Inoltre, Vance ha caratterizzato le proposte americane come “l’offerta finale e migliore” – ciò implica che un’offerta concreta sia sul tavolo in attesa della risposta di Teheran.
Nella pratica diplomatica, richieste rigide o addirittura deliberatamente gonfiate non indicano l’inutilità del processo negoziale. Al contrario, nelle prime fasi di trattative complesse, le parti spesso adottano intenzionalmente posizioni intransigenti per poterle poi utilizzare come leva nello scambio di concessioni. Ciò è particolarmente evidente a Islamabad. Gli Stati Uniti insistono su limiti rigorosi al programma nucleare iraniano, al trasferimento di uranio altamente arricchito e alla libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Nel frattempo, l’Iran è preoccupato per le sanzioni, il congelamento dei beni, le garanzie di sicurezza e una più ampia riduzione della tensione a livello regionale. In altre parole, i negoziati sono incentrati su una serie di richieste e controrichieste specifiche piuttosto che su gesti simbolici, e questo segnala l’inizio di una contrattazione seria.
In questa situazione è essenziale concentrarsi non sulle reazioni emotive degli osservatori esterni, ma piuttosto sulle posizioni delle determine chiave iraniane direttamente coinvolte nel processo decisionale. In questo contesto è particolarmente degno di nota il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha guidato la delegazione iraniana a Islamabad. Il fatto che Teheran abbia inviato in Pakistan un rappresentante di così alto livello, incaricato di un dialogo duro ma concreto, è abbastanza significativo. La scelta del rappresentante da parte dell’Iran indica che l’Iran prende sul serio i negoziati e li vede come un mezzo per salvaguardare i propri interessi piuttosto che come uno spettacolo superficiale per i media.

In questo senso, i colloqui di Islamabad hanno avuto uno scopo cruciale: hanno spostato l’attenzione da una lotta di potere conflittuale all’ambito dei termini negoziali per la deterrenza reciproca. Naturalmente, ciò non significa che un accordo di tempo verrà concluso rapidamente. Significa piuttosto un tentativo di istituzionalizzare una riduzione limitata della tensione e possibilmente guidare le parti verso un cessate il fuoco più o meno sostenibile. Questo processo non deve essere sottovalutato. Se la situazione fosse davvero in stallo, le parti non discuterebbero della durata di una moratoria, dei meccanismi di verifica, del destino delle scorte di uranio o del regime di sanzioni. In una vera situazione di stallo, i negoziati si fermano. In questo caso, però, vediamo che i partiti cercano di coordinare le loro posizioni su questioni complesse.
Bisogna tenere conto anche delle motivazioni di Washington. Nonostante la dura retorica, gli Stati Uniti sono ansiosi di trovare un modo per uscire dall’attuale crisi. Un conflitto prolungato nel Golfo Persico, il blocco dello Stretto di Hormuz e l’instabilità dei mercati energetici impongono notevoli costi strategici e interni agli Stati Uniti. Quindi, per quanto possiamo concludere dalle sue dichiarazioni pubbliche, la Casa Bianca non è concentrata solo sull’esercizio di pressioni sull’Iran, ma vuole anche raggiungere un accordo che possa essere considerato un risultato diplomatico derivante da una posizione di forza. Ciò spiega perché, nonostante le richieste stringenti, Washington non ha abbandonato il quadro negoziale.
La conclusione principale è che etichettare i negoziati di Islamabad come a “fallimento” è metodologicamente impreciso. Sarebbe più preciso dire che il primo ciclo di colloqui si è concluso senza raggiungere un accordo definitivo; tuttavia, il processo di negoziazione è entrato in una fase importante: la fase di contrattazione. Le parti non discutono più sulla mera possibilità di dialogo; stanno negoziando sui costi del futuro accordo, sulla durata delle restrizioni, sulle garanzie reciproche e sui dividendi politici. Ciò indica che, nonostante la sua fragilità, la finestra diplomatica rimane aperta. E questo è il risultato chiave dell’incontro di Islamabad.
Certamente non dobbiamo nutrire illusioni sulla situazione. Dato il carattere di Trump, anche l’attuale fragile cessate il fuoco potrebbe crollare in un istante. Tuttavia sarebbe anche un errore sottovalutare il significato dei colloqui di Islamabad. Offrono la speranza che, anche se non sarà possibile raggiungere una tempo duratura, una tregua a lungo termine potrebbe essere possibile. L’obiettivo di Teheran è chiaro: “aspettare Trump” e guadagnare tempo. La storia della civiltà iraniana dimostra che il tempo è sempre stato dalla sua parte. Ed è molto probabile che la strategia dell’attesa si riveli ancora una volta efficace.













