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Sprofondo azzurro

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Con la coda fra le gambe, derisi e bistrattati ancor più dei francesi, che ci avevano preceduto nella sconfitta e nelle polemiche. L’Italia del calcio è tornata a casa, meritatamente estromessa dalla coppa del mondo da tre squadre che fanno parte del secondo, se non del terzo mondo del football, almeno a legger classifiche e statistiche.

 

Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda ci hanno regalato l’ultimo posto del girone più abbordabile di Sudafrica 2010. E hanno concesso all’Italia di scrivere uno dei momenti più lugubri della nazionale, peggiore ancora di quello vissuto nel 1966 contro la Corea. Almeno in Inghilterra, 44 anni fa, il gioco e i campioni c’erano. Oggi, no.

 

Nessuno si senta offeso, lo spocchioso Lippi così come il capitano Cannavaro, il logorroico Gattuso e il deluso Quagliarella, che è stato portato nel profondo sud africano per giocare appena 45 minuti. Almeno ha segnato un gol, l’ultimo di quattro reti prodotte, tutte da uomini del centro sud: l’ostiense De Rossi, il crotonese Iaquinta, i campani Di Natale e Quagliarella, appunto.

 

Ecco, nella disfatta che fa gongolare chi vorrebbe l’Italia divisa in due - dalle Marche in su dipinta di verde, sotto tutto il resto - colpisce il fatto che oltre al “non gioco” le uniche quattro marcature siano firmate da gente nata nel mezzogiorno. Così come sotto al Rubicone sono nati i grandi esclusi del mondiale: il barese Cassano, il salentino Miccoli, il sardo Cossu, il palermitano Balotelli, il napoletano Borriello.

 

Solo un caso? Parliamoci chiaro. Uscire subito o agli ottavi con l’Olanda avrebbe cambiato poco. Ma sarebbe mutato, quel qualcosa, se non altro a livello statistico: uscire al primo turno, in un girone così scarso, finendo addirittura ultimi era impresa che nemmeno il più pessimista dei detrattori di Lippi e dell’Italia poteva pensare. Per giunta, da campioni del mondo in carica.

 

Attenuanti quasi impossibili da trovare: un gol in fuorigioco preso con la Nuova Zelanda, un forse gol con la Slovacchia, gli infortuni a Buffon e Pirlo, la rinuncia più o meno forzata a Totti e Nesta. Ma un girone così si doveva passare anche con arbitraggi sfavorevoli e 7 infortunati in rosa, questa è la verità.

 

Il Paraguay vale meno del Bari, la Slovacchia meno del Chievo, la Nuova Zelanda meno del Lecce. Questa è la verità. Solo che noi non avevamo giocatori in grado di battere queste tre squadre: difficile a dirsi, ma è così. Le avvisaglie c’erano già state, in verità: la trasferta in Sudafrica dell’anno scorso aveva detto più o meno che non eravamo competitivi per provare a vincere. E qui da noi, o si vince, o tutto conta ben poco, anche se la maggior parte delle nostre vittorie e sconfitte agli ultimi Mondiali è frutto dei rigori, nel bene e nel male.


L’Italia ha illuso nella prima partita, deluso nella seconda ed è crollata nella terza. E adesso resta un senso di amaro in bocca. La stessa di chi, abituato per sua fortuna a bere liquori di qualità, compra per sbaglio una bottiglia al discount e la trova pessima. Sta a Prandelli, zero titoli in carriera, farci tornare a bere in maniera raffinata. Si riparte. Non si sa bene da chi: dei 23 sbarcati nel continente nero una buona metà rimarrà a casa a settembre, per vari motivi; con alcuni andrà fatta una valutazione seria a medio-lunga scadenza.

 

Non sappiamo se il nuovo commissario tecnico rispolvererà Cassano, Balotelli o chi altri. L’ultimo campionato ha proposto qualche attaccante da poter provare, ma ben pochi difensori, che sono sempre stati la nostra caratteristica saliente. Dal 1970 abbiamo sempre avuto i migliori rappresentanti del ruolo al mondo: Facchetti, Burgnich, Scirea, Gentile, Cabrini, Bergomi, Ferrara, Maldini, Baresi, Nesta, Cannavaro, Zambrotta.

 

Ora dobbiamo sperare che non si faccia male Chiellini. Finale sui numeri. Nell’ultimo quarantennio, ogni 12 anni gli Azzurri o sono sbarcati almeno in finale o hanno deluso ampiamente le attese. Finalisti e sconfitti dal Brasile in Messico nel ’70, avrebbero poi vinto dodici anni dopo in Spagna contro la Germania; altri dodici anni e si arriva al 1994, Mondiale statunitense, altra finale (persa) col Brasile; poi, Berlino 2006 e la conquista del quarto titolo.

 

Il 12 viene replicato anche con le sconfitte: mestamente usciti di scena nel 1974 nella prima edizione della Fifa World cup, delusero pure nel 1986, quando vennero estromessi negli ottavi dalla Francia di Platini; altra uscita di scena con i transalpini nel 1998, in Francia, stavolta ai quarti. Ora, Sudafrica 2010, storia dei giorni nostri.

 

Fatti due conti, restano da ricordare due edizioni, quella dove scoprimmo Pablito, Argentina ’78, e quella delle notti magiche di Schillaci, Italia ’90. Pallottoliere alla mano, ecco altri dodici anni di differenza. Insomma, la cabala dice che disputeremo un grande campionato del mondo nel 2014. Poco importa che si disputerà in Brasile, patria dei maestri del football. Del resto anche nel 1950 la finale si disputò al Maracanà, tempio del calcio. E ricordate come andò a finire? Il Brasile perse in casa contro l’Uruguay. A volte, si può sognare.



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