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In nome dell'amore e della musica

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Il suo vero nome è Pablo Meneguzzo, ma in Sudamerica, dove a soli 20 anni era già una star che riempiva gli stadi, lo hanno ribattezzato Paolo Meneguzzi perché di Pabli lì, come mi racconta sorridendo, ce ne erano già molti. Il 2 e il 3 luglio è il protagonista delle Notte Rosa ai Lidi di Comacchio, e il suo ultimo album, Miami, uscito da poco, ha già conquistato le hit. Qui in Italia è diventato famoso nel 2002 con il suo brano In nome dell’amore, e da allora non ha mai smesso di conquistare successi.
Proprio questa settimana, il 2 luglio, sarà presente, insieme ad altri artisti, alla manifestazione La Notte Rosa 2010 al Lido delle Nazioni, il capodanno dell’estate romagnola che si protrae fino alla notte del 3…
«Sono felice di partecipare a questo evento, in cui presento il mio nuovo singolo, Imprevedibile, che fa parte del nuovo album Miami, oltre ai pezzi più importanti della mia carriera, come Musica. Cercherò di raccogliere più fans che posso e spero che parteciperanno in tanti, anche perché chi fa il mio mestiere aspetta date e manifestazioni di questo genere, che promuovo anche sul mio sito internet (www.paolomeneguzzi.com). Si tratta, tra l’altro, di una community, in cui fans hanno modo di comunicare direttamente condividendo foto, video e partecipando ad eventi, come appunto La Notte Rosa dei Lidi di Comacchio».
La sua prima chitarra l’ha avuta ad 8 anni, una vocazione precoce, quindi
«E’ nata con me, è un po’ una “cosa” di famiglia perché mio nonno Franco era un artista che dipingeva, scriveva, suonava la chitarra, componeva canzoni, cantava ed è stato lui che mi ha condotto alla musica. Un personaggio magico che sapeva far divertire i bambini, un nonno favoloso. Mi spingeva molto in questa direzione anche rispetto a piccoli episodi, come cantare in famiglia, fare piccoli show durante le feste quando avevo appena 3, 4 anni. Insomma, se mi chiedevano da piccolo cosa volevo fare nella vita, rispondevo: ‘il cantante’. E poi, incredibilmente, un po’ per l’impegno, un po’ per la fortuna, è proprio quello che è successo. Alla mia migliore amica, Tiziana, dicevo sempre: ‘sono sicuro, io andrò a Sanremo’. Dove vivevo io, a Lugano, nella Svizzera italiana, un obiettivo del genere era veramente un’utopia, qualcosa di lontano, impensabile. Non era certo Milano, dove incontri persone e capisci anche come inserirti in certi ambienti».
Appena diplomato, giovanissimo, ha iniziato a lavorare in banca. Poi com’è cambiata la sua vita?
«Ho incontrato il mio produttore, Massimo Scolari, con cui ho iniziato a produrre canzoni, a fare testi, a frequentare studi di registrazione. All’epoca avevo un gruppo, i Bibercolati (da biberon, perché ci consideravamo un po’ bambini, e colati perché eravamo fans della coca-cola), con cui suonavo, poi partecipavo ai concorsi che si tenevano lì, nella mia zona. Dopo un anno di collaborazione con Scolari ho scritto un brano, Aria’ Ario’, che ho presentato alle selezioni di Sanremo, ma che venne scartato. Allora avevo conosciuto un amico cileno che mi aveva parlato di un festival in Cile, Vina del Mar, di cui non sapevo assolutamente nulla, mai sentito parlare di quella manifestazione prima di allora, e con Scolari ci siamo detti: ‘proviamo…’. Ho spedito l’iscrizione pensando addirittura che fosse un festival di piazza. Mi hanno risposto che ero stato accettato come rappresentante dell’Italia al Festival di Vina del Mar e solo nel momento in cui sono arrivato sul posto, con venti telecamere puntate addosso e tutti che volevano intervistarmi come rappresentante dell’Italia, ho capito quanto fosse importante».
Un Festival che poi lei ha vinto…
«Sì, proprio con la canzone scartata a Sanremo, che è stata mandata in onda da tantissime radio, e a quel punto è partita la mia carriera lì, con un tour prima in Cile, poi in Argentina, quindi in tutta l’America e sono nati i primi album, tutti cantati in spagnolo (Por amor, ’96, Paolo, ’97, Emociones, ’99, ndr)».
Quindi, appena ventenne, è diventato una star
«E’ stato un periodo molto bello, facevo molti concerti, avevo un fans club incredibile con migliaia di iscritti, che c’è ancora adesso, e continuo a portare la mia musica in America e a promuoverla con questo fans club eccezionale che mi segue da sempre».
A quell’epoca è andato a vivere in America?
«No, mi dividevo tra Lugano e l’America, magari partivo anche solo per un giorno, e questa situazione l’ho vissuta anche male, perché, per esempio, portavo ai miei genitori le videocassette dei miei concerti negli stadi pieni di gente e loro non capivano, si chiedevano se fosse vero o no. Sembrava una situazione surreale, un po’ come vedere in televisione un cantante, ma non il proprio figlio».
Perché nello stesso periodo era sconosciuto in Italia…
«Sì, e mi faceva male perché qui non riuscivo ad impormi. Giravo per le case discografiche italiane e, nonostante fossi molto conosciuto oltreoceano e vendessi anche molti dischi, mi sentivo dire: ‘no, la tua musica va bene in Sudamerica, ma qui no’. E io non capivo. La mia gavetta in Italia l’ho fatta in quegli anni, dal ’96 al 2001. Ma non mi sono scoraggiato, ho insistito rimettendomi ogni volta in gioco».
Finché nel 2002 non è arrivato il brano “In nome dell’amore”, com’è nato?
«Ero convinto, avendo avuto successo in Sudamerica, che tutto quello che facevo andasse bene, ma mi sono accorto che sbagliavo. Ero a Curacao, in vacanza con delle persone del mondo dello spettacolo, che mi hanno detto: ‘tu non puoi pensare di fare musica se non conosci quello che è stato fatto in passato. Prova a studiare, a capire, a leggere le biografie dei Beatles, dei Rolling Stones, dei grandi gruppi storici, e ad ascoltarli’. E così ho fatto, e a quel punto è uscito In nome dell’amore o un pezzo come Lei è, che ho dedicato a mia madre».
Ha dedicato una canzone anche a suo padre…
«Sì, Da figlio a padre, che si trova nell’album Favola».
Quindi l’anno dopo, nel 2003, è stata la volta di “Verofalso”, che entrava nelle orecchie e non se ne andava più
«Verofalso mi riporta con orgoglio all’estate davvero magica del mio primo Festivalbar…».
Non ha però abbandonato il mercato in lingua spagnola
«Mi piace da sempre il genere pop, che è internazionale, e desidero essere presente all’estero. Io sono un po’ un vagabondo della musica. Infatti, ho partecipato all’Eurosong, a cinque Festival di Vina del Mar, al Festival di Acapulco in Messico. L’ho fatto per conoscere nuova gente e far conoscere la mia musica, che nell’ultimo album, Miami (che può essere letto sia come Miami, città, sia come mi ami, frase), a cui ho dedicato due anni di lavoro, potrei definire di genere elettropop, un genere che in Italia sicuramente non ha ancora fatto nessuno. Perché fino ad ora l’elettronica non è mai stata legata alla lingua italiana. Gli ultimi due anni li ho passati proprio a Miami, che è stata la base dei miei tour negli Usa e in Sudamerica. Questo, grazie al fatto che Ricky Martin e il suo manager mi hanno visto cantare a Sanremo nel 2007 e hanno deciso di promuovere la mia musica negli Usa e in Sudamerica, appunto».
Apolide come artista, dove sono invece le sue radici come persona?
«A Lugano, a casa mia. E penso che in questo ultimo album ci sia la canzone più “importante” della mia vita, che si chiama Noi e che parla del mio gruppo di amici lì, del nostro bar, dei luoghi dove siamo cresciuti, abbiamo giocato a calcio e vissuto questa legame che spero duri per sempre».
La sua vita senza musica?
«Sarebbe certamente più difficile, più noiosa, più triste. Non è che per forza uno faccia musica per essere famoso. La musica è quello che sono io, la mia voglia di rinascere e di essere vivo ogni giorno, di sentirmi me stesso quando sono con gli amici, la mia famiglia, quando devo decidere cosa e chi amare e dove essere domani. La musica è la mia priorità».
E anche l’amore nella sua musica…
«Quando scrivo una canzone d’amore, l’ispirazione più grande mi viene dal mio primissimo amore, quello che ti fa provare sensazioni di cui ti ricorderai sempre, che ti emozioneranno sempre quando le richiami alla memoria. Si chiamava Stefania…».
Ha fondato un’associazione benefica, Progetto Amore.ch, com’è nata questa idea?
«Progetto Amore (www.progettoamore.ch) è nata per la mia volontà di tornare a cantare per beneficenza per l’oratorio di Stabio, il paesino dove sono cresciuto vicino Lugano, il primo palcoscenico che ho calcato a 6 anni, cantando una canzone dello Zecchino d’oro. Mi è stato offerto uno spazio più grande dell’oratorio e io con la mia band abbiamo fatto un concerto gratuito, ma le consumazioni andavano in beneficenza e il primo anno abbiano raccolto 80.000 euro. A quel punto abbiamo creato l’associazione che offre sostegno alle organizzazioni, certficate e riconoscibili, che si occupano di bambini e ragazzi in difficoltà, o per un disagio sociale o per malattie e disabilità. Quest’anno, il 6 giugno, abbiamo organizzato una partita di calcio tra la Nazionale cantanti e la squadra della nostra associazione. C’erano più di 10.000 persone e abbiamo raccolto più dell’anno precedente. Non avendo spese, perché le spese vengono coperte dagli sponsor, tutto il ricavato va in beneficenza. Io scelgo personalmente a chi destinare il denaro, che non viene mai dato a caso, né tantomeno si disperde. Lo scorso anno, per esempio, i soldi sono stati impiegati per costruire una sala di musica, una sala di incisione a Mendrisio, presso un istituto che ospita ragazzi disagiati».
Un sogno?
«Ne ho realizzati tanti. Il mio sogno è che anche gli altri, chi coltiva la passione per la musica, possa veder realizzato il proprio sogno, così come è accaduto a me».



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