L’appuntamento è alle 12,30 al numero 29 di via della Lungara, quartiere Trastevere. Il nostro viaggio verso la casa circondariale Regina Coeli comincia alle 11. Volevamo vedere coi nostri occhi come “corre la lungara” tra “quattro mura e una bottega”, come canta Renato Zero in una celebre canzone.
Partiamo in anticipo a causa dello sciopero dei mezzi pubblici e di una manifestazione che paralizza alcune vie capitoline. Incontriamo delle difficoltà dato che gli autobus non garantiscono un servizio continuo. Optando per un’altra soluzione, arriviamo comunque in tempo. Venti minuti in scooter: evitiamo di rimanere imbottigliati nel traffico, infilandoci tra una vettura e l’altra. Percorriamo alcune centinaia di metri a piedi, sui sanpietrini di via della Lungara. In lontananza notiamo due bandiere che sventolano: una italiana e l’altra europea.
Proseguiamo fino a quando, sul lato destro della strada, non ci troviamo di fronte all’ingresso di Regina Coeli. Un detto popolare romano recita: «A via de la Lungara ce sta ‘n gradino, chi nun salisce quelo nun è romano, nun è romano e né trasteverino». Alle 12,30 lo saliamo per la prima volta, puntuali. Qualche metro e varchiamo un’altra porta.
In portineria spieghiamo il motivo per cui ci troviamo là. Ci chiedono un documento. Mostriamo il tesserino professionale, ma per essere sicuri che fossimo noi, come riportato sull’autorizzazione firmata da Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), ci viene chiesto un altro documento. Gli diamo la carta d’identità. Subito dopo ci dicono di lasciare il casco e il cellulare all’interno di uno dei tanti portaoggetti grigi. Ci consegnano una chiave. Il nostro è il numero 169, il primo in alto da sinistra. Pochi passi, poniamo nel portaoggetti le nostre cose e lo chiudiamo a chiave. Ci dicono di aspettare l’arrivo del commissario.
Pochi minuti dopo, avvisato dagli agenti della portineria, arriva il vice comandante Giovanna Zaccari. Dopo una stretta di mano e la presentazione di rito, con cordialità ci invita a seguirla. Ci dirigiamo verso l’ufficio della vice direttrice di Regina Coeli, Alessandra Bormioli, per incontrarla, come d’accordo. Saliamo le scale e l’incontriamo. Ci accoglie con gentilezza. Dopo esserci presentati, ci sediamo. Ci anticipa le tappe del nostro viaggio all’interno del penitenziario.
Pochi istanti dopo, con la vice direttrice e il vice comandante scendiamo le scale per spostarci nell’ufficio del comandante. Là cominciamo la nostra intervista per cercare di carpire quello che non funziona nell’istituto. Il vice comandante Zaccari, indicando una piantina appesa al muro della stanza, accenna alle origini storiche di Regina Coeli, il più noto carcere capitolino: «L’edificio si trova in un complesso edilizio che risale al 1654, sede di un ex convento; nel 1881 è convertito all’uso attuale. Prende il nome della struttura religiosa dedicata a Maria: Regina Coeli». E aggiunge che «oltre agli oppositori al regime fascista, ha ospitato politici, attori, produttori cinematografici, imprenditori, ingegneri e funzionari».
Tra i detenuti “eccellenti” si ricordano il presidente Pertini (detenuto in una cella della terza sezione), Saragat e Gramsci, oltre a Cecchi Gori, Coppola, Califano, Tortora e tanti altri. «Tutti gli arrestati di Roma – spiega il commissario Zaccari – sono associati al carcere di Regina Coeli ad eccezione di quelli di Tivoli, associati al penitenziario di Rebibbia».
Nella struttura c’è il Centro diagnostico terapeutico (Cdt), dove vengono portati «i detenuti che hanno necessità sanitarie più impegnative, come i sieropositivi e i malati di Aids», dotato di due «sale operatorie funzionanti». A Regina Coeli, puntualizza la vice direttrice Bormioli, «ci sono due rotonde, entrambe con quattro bracci: in totale otto sezioni».
Dopo una breve pausa caffè nello “spaccio” dell’istituito, come lo definiscono con ironia la Bormioli e la Zaccari, alle 14,15 entriamo nella prima rotonda. Vediamo le quattro sezioni che la caratterizzano: la prima, quella dei detenuti “lavoranti”; la seconda e la terza, quelle dei carcerati “comuni” e la quarta, quella ristrutturata più di recente, inaugurata nel luglio 2009, che ospita i tossicodipendenti e coloro che sono sottoposti a trattamenti metadonici. La nostra attenzione si appunta subito sulle pareti della rotonda, dove notiamo immagini delle visite dei tre pontefici: Giovanni XXIII (papa Roncalli), il 26 dicembre 1958; Paolo VI, nel 1964 e Giovanni Paolo II, nel 2000.
Il vice comandante Zaccari racconta come nella prima rotonda si celebrino «la messa domenicale e concerti in occasione di feste, organizzate per coinvolgere i detenuti. Quando è coinvolta la comunità esterna – aggiunge la Zaccari – i reclusi, in genere, si comportano sempre bene». Divertita, aggiunge che, in passato, «una odalisca ha danzato lì, davanti ai reclusi». Poco dopo un detenuto consegna alla vice direttrice Bormioli una rosa blu, il simbolo dell’attività artistica e manuale svolta all’interno di Regina Coeli.
Proseguiamo il nostro viaggio in direzione della biblioteca, «il fiore all’occhiello della struttura», ci dice orgogliosa la Bormioli. Poco prima di entrare, lì vicino notiamo un carrello per la distribuzione del vitto ai detenuti. Scendiamo alcuni scalini ed entriamo nella biblioteca, inaugurata il 28 aprile scorso, ristrutturata «anche grazie al lavoro dei detenuti» che, tra le altre cose, hanno installato la pavimentazione.
Là i detenuti possono accedere per il prestito dei libri «tre volte alla settimana: il martedì, il mercoledì e il venerdì». Un cartello, affisso sulle pareti, attira la nostra attenzione: «Vietato appoggiarsi con le scarpe al muro». «Qui – ci dice entusiasta il vice comandante Zaccari – si sono celebrati matrimoni con rito civile fra reclusi e anche il riconoscimento di ragazzini». E aggiunge, con ironia: «Lo sposo ce l’abbiamo noi, la sposa viene da fuori, spesso da Rebibbia, compiendo una sorta di gemellaggio fra i due istituti». Presto partirà il cineforum, a cui è già dedicato un locale all’interno della biblioteca, «con il dibattito e il commento a seguito della proiezione del film».
Proseguiamo il nostro tour. Incontriamo diverse guardie e vediamo alcune celle dall’esterno: non abbiamo il permesso di entrare. In particolare ne notiamo una, «con il vecchio portoncino di una volta», con le grate in ferro, non molto spaziosa. Riusciamo a scorgere, dall’esterno, due detenuti distesi sul letto. La nostra permanenza là dura poco, giusto qualche minuto. Il tempo di dare un’occhiata fugace.
La vice direttrice e il vice comandante ci dicono che «le celle sono miste» in tutte le sezioni. L’intento è quello di non promuovere la separazione forzata, favorita dalla presenza di etnie diverse, cercando di far «accettare la convivenza», anche se non è sempre facile raggiungere l’obiettivo. In generale, ci dicono, «non si verificano molti contrasti», ma «in cella possono scoppiare micro-conflittualità paragonabili a quelle che si registrano in una famiglia o in un condominio», spiega la Bormioli. Si può «litigare per il telecomando o per un determinato servizio».
Nella seconda rotonda ci sono gli altri quattro bracci della struttura: la quinta sezione, l’unica, al momento, chiusa; la sesta, quella dei detenuti “comuni”, sezione che deve essere ristrutturata; la settima, quella dei “nuovi giunti” e, infine, l’ottava, quella “protetta”, che ospita i detenuti che hanno commesso reati a sfondo sessuale – detenuti invisi alla popolazione carceraria, separati dagli altri per proteggerne l’incolumità e non favorire il disordine – e i collaboratori di Polizia, coloro che hanno aiutato le forze dell’ordine in particolari circostanze o quanti hanno avuto dei problemi con gli altri detenuti e che quindi necessitavano di essere trasferiti.
La Bormioli spiega come in ogni sezione di Regina Coeli sia prevista «almeno un’ora per le attività trattamentali», gli interventi tesi a formare o a consolidare nelle persone detenute le attitudini sociali e civili, ai fini della loro risocializzazione. I corsi di yoga e la musicoterapia, spiega la vice direttrice, servono «ad allentare la tensione». Specie quando i detenuti sono sottoposti a maggiori livelli di stress: «Quando il sovraffollamento è maggiore, per cercare di contrastare il pericolo di eventi critici come suicidi e autolesionismo, si tende ad aumentare l’intensità delle attività trattamentali».
Il sovraffollamento è uno fra i principali problemi con cui le carceri italiane sono costrette a fare i conti tutti i giorni. La Bormioli puntualizza come gli eventi di autolesionismo tendano ad aumentare «durante il periodo estivo e in prossimità delle feste natalizie e pasquali». Periodi dell’anno in cui diventa fondamentale il contributo del cappellano, «figura presente nella struttura da tantissimi anni, la persona che più di tutte è vicina ai reclusi, un vero punto di riferimento per la decisione delle attività trattamentali a cui farli partecipare». E per consentire che periodi particolari dell’anno come quelli «siano vissuti al meglio» nonostante i detenuti siano costretti a trascorrerli «lontano dalla famiglia».
La vice direttrice tiene a precisare il contributo fondamentale dato dai poliziotti con il loro lavoro: «Stanno a contatto con i detenuti per più di otto ore al giorno. Oltre al cappellano, sono loro a cogliere i primi segnali di disagio e di fragilità che possono portare a episodi di autolesionismo». E, con rammarico, spiega che quando si è determinati nel rendersi protagonisti di eventi critici, purtroppo le possibilità di riuscire aumentano notevolmente: «Quando il detenuto è profondamente intenzionato a suicidarsi o ad autolesionarsi, può riuscirci anche in pochi istanti. È sufficiente, una volta passato il poliziotto per il controllo, che il detenuto approfitti del momento per suicidarsi subito dopo. La guardia potrebbe non accorgersene o rendersene conto tardivamente».
«Molto spesso – aggiunge la Zaccari – sono i compagni di cella che aiutano i poliziotti a intervenire, sentendo un rumore sospetto o avvertendo che qualcosa non va. Allertano la guardia, attirandone l’attenzione. Non sempre è merito nostro. La solidarietà fra i detenuti consente di scongiurare queste criticità».
Le difficoltà non sono poche: alla piaga del sovraffollamento, che contraddistingue tutti gli istituti di pena, si aggiunge il problema della carenza di organico. Oggi a Regina Coeli (alla data del 25 giugno) sono ospitati 1.063 detenuti, di cui 562 stranieri e 501 italiani, «a fronte di una capienza sostenibile di 800 persone», ci spiega il vice comandante Zaccari.
A questo si devono aggiungere le difficoltà dettate dalla carenza di personale: «L’organico previsto, considerando ispettori, sovrintendenti e agenti – sottolinea la Zaccari – è di 623 unità, ma quelli realmente operanti sono 503, a cui se ne devono sottrarre 94, destinati a traduzioni e piantonamenti. Altre 150 persone sono in forza al Regina Coeli, ma prestano servizio in strutture esterne al carcere. Gli attivi, in totale, sono 400».
Numeri, considerato il crescente aumento di detenuti, troppo bassi. Specie per un organico già in difficoltà, chiamato a fronteggiare ogni giorno l’emergenza del sovraffollamento.
La testimonianza di un detenuto di Regina Coeli
Intervista all'ex procuratore antimafia Pierluigi Vigna
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