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Via Poma, un giallo italiano dal finale per nulla scontato
Venerdì 05 Febbraio 2010 11:00
Fabrizio Colarieti
Vent’anni. Come tanti gialli italiani il delitto di via Poma c’ha messo tutto questo tempo ad approdare in un’aula di tribunale. Tanti ne sono trascorsi dalla morte della giovane Simonetta Cesaroni, uccisa a coltellate il 7 agosto del ’90. Sul banco degli imputati siederà un solo presunto assassino: Raniero Busco, l’ex fidanzato della ragazza, oggi 45enne. L’unico, per esclusione, a dover rispondere di omicidio volontario secondo le indagini condotte della procura di Roma. Il dibattimento - atteso dalla famiglia Cesaroni e dagli esiti per nulla scontati secondo la difesa di Busco - comincerà il 3 febbraio nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla terza Corte d’Assise di Roma.
Questa storia vale la pena raccontarla tutta, vent’anni dopo, da quel martedì 7 agosto 1990. Roma è schiacciata dall’afa, la colonnina di mercurio è inchiodata sulla tacca dei trenta gradi e il meteo dice che in serata potrebbe esserci qualche scroscio d’acqua. Fa caldo al civico due di via Carlo Poma, un palazzone a tre cortili, stile fascista, nel quartiere Prati. Simonetta Cesaroni, 21 anni ancora da compiere, sta lavorando nell’ufficio dell’Associazione italiana alberghi della gioventù. In quello stabile a Prati ci va ogni tanto, solo di pomeriggio, per conto della Reli Sas per cui lavora come segretaria contabile. È una ragioniera, un lavoretto senza troppe pretese che gli permette di sognare una vita indipendente. Fa talmente caldo tra quelle quattro mura che la ragazza se ne sta seduta davanti al computer senza indossare né scarpe né calzini. A rendere meno pesante l’aria c’è solo un ventilatore che gli gonfia i capelli e fa volare qua e là le carte sulla scrivania. In quell’ufficio non c’è mai nessuno di pomeriggio, come per le strade di Roma, deserte dopo l’ubriacatura dei mondiali di calcio, archiviati e persi da appena un mese. Sono andati tutti in ferie, tranne lei. È davvero una bella ragazza, Simonetta. Acqua e sapone, senza troppi grilli per la testa, di sani principi, cresciuta nel quartiere Don Bosco in una famiglia modesta: il papà è un autista dell’Acotral, la mamma fa la casalinga. Da qualche tempo ha una relazione altalenante, non idilliaca, con Raniero Busco, un 25enne operaio romano che lavora all’Alitalia.
Quell’ufficio, dove Simonetta sta trascorrendo il pomeriggio, si trasforma nella scena di un crimine tra le 17.30 e le 18.30 di quel 7 agosto. Nessuno sente nulla. La 21enne, dopo essere stata stordita da un colpo in testa, viene uccisa con ventinove coltellate. Una ferocia crudele e inaudita. Il cadavere è sul pavimento, vicino l’ultima stanza in fondo al corridoio, quasi completamente nudo, indossa solo una canottiera arrotolata verso l’alto e il reggiseno. Il coroner dirà che chi l’ha ammazzata, tuttavia, non ha abusato di lei. A ucciderla è stato quel colpo sull’arcata sopracciliare, poi la furia: le ventinove coltellate inferte dovunque. Vibrate con un tagliacarte sul petto, sulla giugulare, sul cuore, sul fegato, sulle orbite degli occhi e per ben quattordici volte sul pube. Il reggiseno copre solo in parte i seni, una delle coppe fa vedere un capezzolo, quello sinistro, che intorno ha una lesione a forma di “V”, che sembra tanto un morso. Gli inquirenti dicono che Simonetta si è alzata, forse proprio per aprire la porta al suo carnefice. Eppure in quell’ufficio pare tutto in ordine: le scarpe sono una accanto all’altra vicino alla scrivania ma mancano i vestiti che la ragazza indossava (un paio di fuseaux bianchi e una camicetta) e le chiavi dell’appartamento, utilizzate dall’assassino per richiudere a diverse mandate la porta. Il colpevole ha ripulito tutto, molto accuratamente. È un delitto perfetto. Passano diverse ore prima che qualcuno si accorga che la ragazza acqua e sapone è stata uccisa. Intorno alle 20.30 Paola, la sorella maggiore di Simonetta, comincia a preoccuparsi perché Simonetta, di solito, è a casa per le 20. Con il fidanzato, Antonello Baroni, ripercorre inutilmente la strada fino alla fermata della metro Subaugusta dove l’avevano accompagnata. Poi chiama Salvatore Volponi, il datore di lavoro della sorella, che però non conosce l’indirizzo di quell’ufficio. Sarà proprio Paola a trovarlo sull’elenco telefonico. A questo punto vanno in via Poma e costringono Giuseppa De Luca, la moglie del portiere dello stabile, Pietrino Vanacore, ad aprire la porta dell’ufficio. Sono le 23,30 quando trovano il corpo di Simonetta in una pozza di sangue.
Ha un aspetto sinistro quel palazzone di via Carlo Poma, tra l’altro non nuovo a fatti di sangue. Sei anni prima del caso Cesaroni, era l’84, un’anziana aristocratica, Renata Moscatelli, fu uccisa proprio lì dentro. Qualcuno la soffocò sul letto, con un cuscino, e nessuno ha mai scoperto chi fu a ucciderla. Più di recente, il 14 novembre 2009, sempre lì, un noto avvocato, Massimo Buffoni, si è sparato in testa nel suo studio. Poi c’è il solito zampino dei Servizi, che più volte faranno capolino in questa storia. Prima per i presunti rapporti tra l’Associazione ostelli e alcuni funzionari del servizio segreto civile, poi per la probabile presenza in quello stesso palazzo di una sede coperta del Sisde. I portieri dei grandi condomini, si sa, ne sanno una più del diavolo e Pietrino Vanacore, il portiere di quel misterioso condominio, quei giorni se li ricorderà per tutta la vita. Il 10 agosto scattano le manette ai suoi polsi perché sarebbe coinvolto nel delitto. Ma a uccidere Simonetta, secondo la procura, non è stato il portiere bensì Federico Valle, il nipote dell’architetto Cesare Valle, che abita in quel palazzo. Valle è coinvolto anche dalle dichiarazioni dell’austriaco Roland Voller, un tipo strano, dicono legato ai Servizi, implicato anche in un altro misterioso delitto, quello della contessa Alberica Filo della Torre, avvenuto nel ‘91 all’Olgiata. L’accusa, per Valle e Vanacore, però non regge (verranno prosciolti definitivamente nel 1995). Poi c’è un altro sospettato, il datore di lavoro della ragazza, ma anche lui esce di scena qualche mese dopo. Tutto deve ricominciare dall’inizio e di anni, prima che il delitto di via Poma torni in prima pagina, ne passano dodici.
A febbraio 2005, la procura tira le somme e dispone il test del Dna per 31 sospettati, tra loro c’è anche l’ex fidanzato di Simonetta, Raniero. Le indagini, dopo essere ripartite daccapo, arrivano a una svolta diciassette anni dopo il delitto: la comparazione del Dna estratto dalla traccia di saliva repertata sul reggiseno di Simonetta è compatibile solo con il codice genetico del suo ex fidanzato che si ritrova indagato. C’è traccia del suo Dna anche in una macchia di sangue, misto a quello di Simonetta, e su Busco pesa anche un alibi che non tiene: sotto interrogatorio disse che quel pomeriggio l’aveva passato con un amico, ma questi negò. A dicembre 2008 viene prelevata anche l’impronta della sua arcata dentaria per confrontarla col segno a forma di “V” fotografato sul capezzolo sinistro della vittima. La struttura dentaria di Busco, secondo i periti, è compatibile con quella ferita. È maggio 2009 e il pm Ilaria Calò ha in mano tre indizi: Raniero Busco deve essere rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario (richiesta accolta dal gup il 9 novembre 2009). Ma la verità è ancora tutta da scrivere.
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