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Ma in che lingua scrivi?

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00001130.jpg“1000ta mmt+ msidt bladt fatuxte”. Se durante la Seconda Guerra Mondiale Radio Londra avesse avuto a disposizione un codice segreto di questo tipo, il nemico non sarebbe mai riuscito a decifrarlo. Noi invece possediamo la chiave per interpretarlo ed ecco la traduzione: “Mille volte ti amo, mi manchi tantissimo, mi sono innamorato di te, parlami di te, farei tutto per te”. Insomma, una dichiarazione in piena regola che non stonerebbe tra le pagine di un romanzo rosa. Invece, si tratta di un sms (acronimo che sta per “short message service”), cioè del cosiddetto messaggino. Diminutivo che serve ad identificare la brevità del medesimo e che, abbinato al termine telefonino, qualifica il rapporto affettivo (sì, proprio affettivo) che ci lega al nostro strumento di comunicazione preferito, cioè appunto il cellulare, involontario genitore di una nuova lingua: “l’italiano 2.0” . Che moltissimi italiani non conoscono, a meno che non abbiano un’età compresa tra i 14 e i 25 anni. Suona futuribile, fa tanto film di fantascienza, ricorda il modo di parlare di Chewbecca, il gigantesco co-pilota della nave di Ian Solo (Harrison Ford) nelle “Guerre stellari” di George Lucas. Ma sempre italiano è. E in continua evoluzione, come ogni lingua viva che si rispetti. Anche se a volerlo leggere o pronunciare ci si intreccia la lingua, vista la grande economia che fa delle vocali. Offerti agli inizi dagli operatori telefonici, che probabilmente avevano in mente solo brevi comunicazioni di servizio, gli sms di casa nostra sono passati da cinquecentomila al giorno nel 1998, ai due milioni già un anno dopo, per arrivare alle cifre iperboliche di oggi, in cui i maggiori gestori di telefonia mobile dichiarano un traffico a sei zeri che oscilla tra i quattro e gli otto milioni di sms inviati quotidianamente. Una cifra che rende di per sé l’sms un fenomeno di massa con una lingua, appunto, tutta sua. “Costretto” nei limiti delle 160 battute, altrimenti non sarebbe più short, cioè breve, nato anzi proprio per rispondere a questo criterio di brevità, “l’italiano 2.0” ha fatto versare già fiumi di inchiostro e scomodato le menti di linguisti, psicologi e sociologi, nonché gli anatemi di quanti recitano il requiem dell’idioma di Dante & affini. E che alla fine qualche ragione magari ce l’hanno anche, visto che in un recente concorso pubblico per magistrati ci sono stati ben 40.000 bocciati, pare proprio a causa delle sigle abbreviate utilizzate nel linguaggio degli sms, ma poco adatte al tema togato di un concorso. Ecco le caratteristiche di questo “italiano” al centro di domande e polemiche, bistrattato o difeso, ma comunque utilizzato quotidianamente quanto l’italiano paludato (se non di più). Prima di tutto la brevità, per cui risparmiare caratteri è la regola base da cui scaturiscono tutte le altre regole. Brevità che presuppone l’utilizzo di una scrittura consonantica, soprattutto nelle parole più utilizzate. Per cui, per esempio, “quanto” diventa qnt, “cosa” si contrae in cs, “grazie” in grz, “prego” in prg, “tutto” in tt, “troppo” in trp, “dove” in dv, “per” in x, e la seconda persona del verbo essere, “sei”, si trasforma in 6, cambiando per così dire natura e passando dallo status di parola a quello di numero. La brevità incorpora anche una dimensione fonetica, cioè alcuni suoni vengono riprodotti grazie ad alcuni simboli utilizzati ad hoc (il suono rappresentato dal gruppo “ch” diventa semplicemente k, per cui la parola perché si può tradurre in xke). La formula rituale di apertura o di chiusura del messaggio, ad esempio “ti voglio bene”, diventa tvb, “ti voglio tanto bene” lo vedremo scritto come tvtb, e così via. La punteggiatura sparisce, spariscono gli accenti. E la domanda che ci si pone da più parti è: l’italiano utilizzato negli sms rappresenta un’evoluzione o una degenerazione del linguaggio? Dipende. Da cosa? Se lo si vede come lingua “scritta”, certamente può apparire quantomeno sconcertante o addirittura diabolica, soprattutto per i nostalgici del punto e virgola. Ma non è questo il punto di vista più adatto per la “lettura” di questo fenomeno. L’italiano degli short message, infatti, pur essendo materialmente “scritto”, anzi, digitato sulla tastiera di un cellulare, è in realtà un linguaggio-conversazione, che ha quindi lo stesso “tempo” della lingua parlata perché prevede una risposta, una replica, che sia il più veloce possibile, proprio come avviene durante una conversazione a voce. Si comporta infatti come la lingua parlata e come la lingua parlata è innovativo, creativo, anche se per alcuni, i censori più severi, riproduce una comunicazione priva di contenuto. I giovani, sono soprattutto loro ad utilizzare in questo modo gli sms, lo fanno insomma per comunicare in maniera immediato (con il sistema del “botta e risposta”). Il risultato? Il sistema dei messaggi, nati come una forma di comunicazione non sincrona (più o meno la stessa logica delle “vecchie” lettere e delle più recenti e-mail, in cui lo scambio comunicativo non prevede una replica immediata e resta comunque uno scambio di natura “scritta”) si è trasformato nel suo opposto. Una delle regole fondamentali degli sms, infatti, è la necessità di una replica, una risposta, che sia la più immediata possibile da parte di chi riceve il messaggio. Quindi, la “scrittura” produce la stessa interazione e immediatezza di una conversazione orale, perdendo così la sua caratteristica principale, cioè lo scarto di tempo che c’è tra l’invio del messaggio da parte di chi scrive e la risposta di chi riceve. Il che, trattandosi comunque di una lingua “scritta”, costituisce una vera e propria rivoluzione. Non solo. “Inventando” un nuova ortografia, costruendo una nuova grammatica, chi “messaggia” con “l’italiano 2.0” esplora la lingua, ne esplora i segni. Insomma, la rende comunque viva, ne smonta e ne rimonta la convenzionalità, in una parola si diverte. E non è poco…



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