Un tetto sulla scuola degli immigrati
Giovedì 28 Gennaio 2010 11:00
Lea Vendramel
Settanta per cento di italiani e trenta per cento di stranieri. Il ministero dell’Istruzione fissa un tetto alla presenza in classe degli alunni immigrati con una scarsa conoscenza della lingua italiana. Dal prossimo anno scolastico, quindi, nelle classi prime di ogni ordine e grado dovrà essere garantita un’equa distribuzione degli alunni che non conoscono la nostra lingua. Nel computo di questo 30 per cento, non rientrano i nati in Italia. Ma serve davvero fissare un tetto alla presenza di alunni stranieri? O si tratta più di una proposta spot lanciata a ridosso delle elezioni regionali per tenere buoni gli alleati leghisti? I dati parlano chiaro. I 700mila studenti stranieri che siedono tra i banchi delle scuole italiane rappresentano il 7% della popolazione scolastica. Tra loro, 233.071, pari al 37,1%, sono nati e cresciuti in Italia, ne conoscono, quindi, la lingua, la cultura, le abitudini e spesso anche i dialetti. Quelli, invece, di recentissima immigrazione sono 46mila, pari al 6,6%. Secondo il Miur, nello scorso anno scolastico sono state 514 le scuole primarie in cui si è registrata una presenza di alunni con cittadinanza non italiana superiore al 30%. Di queste, 367 si trovano al Nord. Le scuole con maggiore incidenza sono le primarie, dove l’8,3% degli alunni è straniero, mentre la zona dove la percentuale di alunni stranieri è più alta è il Nord-Est (11,2%). In particolare, l’Emilia Romagna (12,7%), la Lombardia (11,3%) e il Veneto (11%).
In queste realtà da anni gli insegnanti, alle prese con le difficoltà di bambini immigrati catapultati in scuole italiane senza conoscere nemmeno una parola della nostra lingua, si rimboccano le maniche per consentire loro di inserirsi e seguire il percorso formativo. Attraverso l’organizzazione di corsi di alfabetizzazione e il supporto di mediatori culturali, gli insegnanti si impegnano per abbattere la barriera linguistica. «Il nostro collegio docenti ha messo a punto un “protocollo di accoglienza” per l’inserimento di bambini stranieri che non conoscono la lingua – spiega un’insegnante di una scuola elementare del trevigiano – in primo luogo, si verifica in quale classe inserire l’alunno, poi si predispone l’intervento di mediatori culturali che sono gestiti dalla Asl e affiancano il bambino in classe per una decina di ore». Il mediatore culturale fa in modo che l’insegnante e l’alunno possano avere un primo contatto, traduce al bambino quello che avviene in classe e lo sostiene nei primi giorni del suo arrivo. Non si occupa, però, in alcun modo della sua alfabetizzazione. A questo ci pensano gli insegnanti, che in base alle risorse di cui la scuola dispone sostengono il bambino nel suo percorso di apprendimento. «Se abbiamo a disposizione ore di compresenza le sfruttiamo per affiancare l’alunno, se la scuola ha i fondi necessari organizziamo corsi di alfabetizzazione, se il bambino non frequenta l’ora di religione cattolica utilizziamo quell’ora a questo stesso scopo, se c’è la possibilità di pagare ore di straordinario gli insegnanti si mettono a disposizione per seguire gruppi di alunni stranieri che hanno scarsa conoscenza dell’italiano – spiega ancora la maestra – se tutto questo non c’è l’insegnante si fa carico di sostenere il bambino straniero, approntando un lavoro individuale da fargli svolgere all’interno della classe». Con uno sforzo, ovviamente, non indifferente. Anche perché, fa notare, «un conto è insegnare ad un bambino a parlare e a capire l’italiano, altra cosa è fargli raggiungere una conoscenza adeguata della lingua che gli consenta di studiare matematica, storia e geografia». Questo presuppone un percorso piuttosto lungo. E ciò che serve davvero sono le risorse. «Il problema di una percentuale di alunni stranieri troppo elevata esiste solo in determinate realtà, non è una situazione generalizzata in tutto il territorio nazionale – osserva l’esponente del Pd, Andrea Sarubbi, primo firmatario della proposta di legge bipartisan per la concessione della cittadinanza breve – del resto gli aggiustamenti necessari a risolvere le problematiche di apprendimento degli alunni stranieri sono già attuati a discrezionalità degli insegnanti». È ai loro sforzi che il governo dovrebbe dare un sostegno. «Servirebbero risorse per organizzare corsi di alfabetizzazione, per pagare gli straordinari ai docenti, per avviare percorsi formativi che coinvolgano anche i genitori dei bambini stranieri, così da rendere più efficace il ruolo della scuola – sottolinea Sarubbi – purtroppo, però, il ministro Gelmini è un ministro commissariato, fin dall’inizio della legislatura Tremonti ha tagliato risorse». La questione del tetto agli studenti si interseca poi con un altro fronte di discussione aperto: quello sulla concessione della cittadinanza ai minori. Per Sarubbi, è indicativo il fatto che i nati in Italia siano stati esclusi dal tetto del 30 per cento: «Non è possibile che questi alunni siano considerati italiani per le quote scolastiche, ma stranieri per lo Stato». Insomma, questa proposta è «ideologica e poco praticabile», nata solo «per non lasciare campo aperto alla Lega in vista delle elezioni regionali». Il Carroccio, infatti, da tempo chiede l’istituzione di un tetto nella composizione delle classi. E ben più basso del 30 per cento. «Se questa percentuale è formata da bambini appena arrivati in Italia e senza alcuna conoscenza della nostra lingua – sostiene il capogruppo della Lega in commissione Cultura alla Camera, Paola Goisis – l’intento di avviare un apprendimento valido per tutti resta problematico, da una parte si rallenta l’insegnamento e dall’altra non si favorisce l’integrazione». Le camicie verdi restano convinte che la soluzione sia quella di predisporre delle “classi ponte” per l’insegnamento dell’italiano agli studenti stranieri. «L’inserimento in queste classi garantirebbe una full immersion nella realtà italiana, sia dal punto di vista linguistico che dal punto di vista culturale, – spiega Goisis – e eviterebbe agli alunni immigrati condizioni di umiliazione e frustrazione». Insomma, anche se per ragioni diverse, su una cosa sembrano tutti d’accordo: non basta fissare un tetto per risolvere le problematiche legate a integrazione e apprendimento.
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