Reggio Calabria, Repubblica Italiana. Unione Europea. Un ordigno esplode davanti la sede della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria in comune con quella del Giudice di Pace. Sono le 5:45 della notte tra il 2 ed il 3 gennaio di un anno che, a queste latitudini, comincia nel peggiore dei modi. Sfidando un sistema di video-sorveglianza integrato, di recente messo in funzione, e facendosi beffe anche della telecamera a guardia dell’ingresso sulla centralissima Via Antonio Cimino, due persone a bordo di uno scooter scendono e piazzano l’ordigno che esplode una manciata di secondi dopo essersi allontanati.
Il vocabolario delle cosche di ‘ndrangheta conosce tante sfumature. I boss oramai parlano un linguaggio sottile. Ma quando è il momento di lanciare un segnale forte non si bada più alla diplomazia e raggiunge l’obiettivo quali che siano le conseguenze. Da uno dei primi rapporti stilato dopo le analisi sui resti dell’ordigno si capisce che lo scopo era dimostrativo. Si legge, testualmente, di un ordigno costituito da «una bombola di gas butano da 10 kilogrammi con la parte superiore divelta; avvolta da un sacchetto di plastica nero sulla cui sommità vi era posizionato materiale esplodente ad alto potenziale». Non doveva fare né più né meno quello che ha fatto. Danneggiato il portone blindato, annerita la facciata e bruciacchiate le bandiere istituzionali. Non ha dubbi Nicola Gratteri, da anni alla Direzione distrettuale e da poco nominato dal Csm Procuratore aggiunto. «E’ un messaggio chiaramente rivolto alla Procura generale. Un fatto gravissimo anche perché fino ad oggi non si era mai arrivati a tanto». Ed infatti la ‘ndrangheta non ha mai cercato lo scontro frontale con lo Stato. Non ha commesso gli errori di Cosa Nostra. Ed anche il delitto del giudice di Cassazione, Scopelliti, fu un favore fatto proprio ai “viddhani”di Totò Riina. Nel 2004, invece, un colpo di pistola raggiunse la finestra della camera da letto di Vincenzo Pedone, all’epoca dei fatti presidente di sezione penale del Tribunale di Locri che, nel corso di alcuni processi, si era opposto a richieste di patteggiamento avallate dall’accusa. Ma l’attentato del 3 gennaio coinvolge, nella lettura attraverso la quale gli inquirenti stanno orientando le indagini, l’ufficio della Procura Generale, e la magistratura del distretto, nella sua interezza. Si parla di “nuovo corso” nella Procura Generale oggi guidata da Salvatore Di Landro. Descritto da chi lo conosce come rispettoso delle persone che si trova di fronte, ma inflessibile nel sostenere con forza l’accusa nei processi che finiscono sulla sua scrivania, proprio per questo si è fatto un’idea chiara. «Qui si fanno i processi di secondo grado e si confiscano i patrimoni. Forse in passato la Procura generale è stata considerata distratta, morbida. Gli ‘ndranghetisti vedevano l’Appello come un momento di riduzione delle condanne. Ma non è così e – sottolinea Di Landro – stiamo dando maggior vigore al nostro lavoro. Questo, alle cosche, non può che dispiacere». E’ proprio in appello che, negli ultimi anni, lo Stato comincia a farsi sentire seriamente. Una delle cosche di ‘ndrangheta che qui, in riva allo Stretto, fa il bello ed il cattivo tempo è quella della dei De Stefano di Archi. Prima la Squadra Mobile di Renato Cortese cattura a breve distanza gli ultimi due latitanti della cosca. Poi la Corte d’Appello, poche settimane fa, conferma condanna di Giuseppe De Stefano a trent’anni di reclusione. Classe ’69, finisce la latitanza nel dicembre del 2008 dopo aver dato alla luce due figli ed essersi mosso molto poco dalla città. E’ il figlio di Paolo assassinato nel 1985. Quel delitto aprì la seconda guerra di mafia che si concluse a distanza di 6 anni e più di 600 morti per le strade. Mentre il cugino, Paolo Rosario De Stefano classe ‘76, finisce in manette nell’agosto scorso. Ma non sono le condanne a colpire sensibilmente le cosche o il pericolo di un’azione decisa dell’accusa in appello per i giudizi conclusi o che si concluderanno a breve. E’ il contesto complessivo ad aver fatto scattare la decisione di far sentire il proprio peso in Città con un gesto che evidenzia, purtroppo, le vulnerabilità di un palazzo così delicato. E poi c’è l’attività, incessante, di aggressione ai patrimoni mafiosi. Gli ultimi due milioni di euro in conti correnti, titoli, e polizze assicurative, vengono bloccati dalla Dia di Reggio Calabria a Milano il 30 dicembre. Una settimana prima dell’attentato. Facevano capo ad un personaggio legato ai traffici di droga in Lombardia. Merce gestita dalle famiglie di Africo Nuovo, centro della locride in provincia di Reggio che da sempre fa affari milionari tra Lazio, Lombardia e Piemonte.
Mentre prima di Natale con l’operazione “Giotto” oltre agli arresti vengono messe le mani su oltre 40 milioni di euro di beni. Da Gioia Tauro a Monteporzio Catone. Qui un albergo e due ristoranti sono riconducibili ai Piromalli. La famiglia alleata dei Molè che controlla la Piana ed il Porto commerciale più grande d’Europa. Ancora a dicembre un colpo da 200 milioni contro le ‘ndrine di San Luca: 34 imprese edili; 66 automezzi; fabbricati, terreni ed auto di lusso. E’ grazie all’applicazione di una norma contenuta nell’art. 12 sexies del decreto legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella legge 356 del 1992, che è possibile tutto questo. Anche di recente la Cassazione ha ribadito una linea che alla Procura Generale di Reggio Calabria è sostenuta da un sostituto silenzioso e schivo. Fulvio Rizzo ha ripescato la norma approvata dopo l’omicidio del Giudice Giovanni Falcone, che oggi piega i boss, colpendoli nella cosa a cui tengono di più. I soldi. E’ il Procuratore Capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone ad evidenziare il dato proprio in conferenza stampa: «Nel corso del 2009 la Dda di Reggio e le Procure di Palmi e Locri hanno chiesto ed ottenuto il sequestro di beni per 650 milioni di euro». Una cifra che, sommata al potenziale valore di mercato dei 750 chili di cocaina sequestrata, potrebbe addirittura triplicare. Per non parlare dell’arresto di 49 latitanti, 11 dei quali nell’elenco dei trenta più pericolosi. «Non è un momento di confronto militare - secondo il Procuratore aggiunto Nicola Gratteri – ma un messaggio al quale dovremo rispondere in maniera molto attenta e precisa. Se così non fosse il danno potrebbe essere maggiore». Da anni ribadisce che servono più uomini e mezzi. Come lui lo fa Pignatone. E c’è voluta un’esplosione, fortunatamente senza conseguenze per le persone, perché il governo accettasse, per bocca del ministro Alfano, di mettersi subito al lavoro sulle richieste formulate di potenziamento delle dotazioni. La reazione del mondo politico, contrassegnata da unanime indignazione, precede quella del Governo. In Città arrivano il sottosegretario agli Interni, Francesco Nitto Palma, mentre giovedì il ministro Roberto Maroni ha presieduto un vertice in Prefettura. Annuncia che sarà Reggio Calabria la sede dell’agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati e dà il benvenuto al nuovo Prefetto, Luigi Varratta, pugliese, che lascia Crotone e si avvicenda con Franco Musolino promosso alla guida della prefettura di Genova. Ai magistrati reggini, su tutte spicca la solidarietà espressa direttamente dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ha ribadito il «forte incoraggiamento all’azione di contrasto alla criminalità organizzata» ribadendo il «pieno sostegno delle istituzioni». E una delle belle notizie è la reazione della gente. Il pomeriggio dell’attentato un centinaio di persone si sono radunate davanti la Procura generale con manifesti di solidarietà ai magistrati. Nei giorni successivi un altro sit-in e una fiaccolata organizzata dai sindacati. Le indagini proseguono e vedono coinvolti sia gli uomini del Comando Provinciale dei Carabinieri guidati da Pasquale Angelosanto che quelli della Squadra Mobile di Renato Cortese. L’attenzione è concentrata sui filmati (non ancora resi pubblici alla data di chiusura di questo numero de Il Punto) di almeno due telecamere di sorveglianza. In particolare quel minuto scarso di fotogrammi in cui si vede l’intera scena di arrivo ed allontanamento dei malviventi, la collocazione e la deflagrazione. C’è il massimo riserbo e l’invito è quello di attendere notizie ufficiali. Il Ris di Messina sta lavorando sulle immagini che ritraggono due persone con caschi forse non integrali. La targa, che sembrava completamente illeggibile, potrebbe essere letta completamente. Ma è verosimile si tratti di un contrassegno rubato. Il fascicolo, al momento, rimane a Reggio Calabria. L’ipotesi di trasferimento a Catanzaro, competente per le inchieste che riguardano magistrati reggini, rimarrà tale. Il soggetto ritenuto danneggiato, nel fascicolo aperto dalla Procura ed affidato ai sostituti Francesco Tripodi e Giuseppe Lombardo, è infatti il ministero della Giustizia.
Quali punti di contatto esistono con gli attentati ad alcuni esercizi commerciali o autovetture che qui sono un’amara routine. In particolare di quelli realizzati con le stesse modalità: bombola del gas ed esplosivo. Se c’è una sola mano dietro tutto oppure che unica sia la fonte di approvvigionamento degli ordigni. Si attendono sviluppi importanti anche per capire se l’ipotesi di un “accordo” tra i vertici delle consorterie mafiose è da considerare verosimile oppure frutto, invece, di un’avanzata solitaria di un nuovo gruppo di potere che sceglie la linea dello scontro. Se invece non fosse una scelta condivisa non è escluso, fanno capire da ambienti investigativi, che presto ci facciano trovare un morto per strada. Se qualcuno pensa che sia il colpo di coda di un animale morente, si sbaglia. La ‘ndrangheta è certamente ferita, ma lungi dall’essere completamente sconfitta. E c’è anche chi ricorda vicende poco piacevoli che hanno riguardato da vicino i magistrati reggini. Gli sforzi di un gruppo messi in discussione dall’azione di qualche mela marcia di cui presto si è cancellato il ricordo. Lo spettro del “Corvo” che diffamava, delle microspie trovate negli uffici e dei contrasti tra pubblici ministeri, potrebbero essere circostanze che, nella logica criminale, rendono ancor di più l’attentato uno strumento al quale si affida l’efficacia di un monito. Gratteri non vuole parlarne. «Alcune di quelle storie mi riguardano direttamente e non mi pronuncio, ma mi faccia dire una cosa: c’è un pool di magistrati molto unito e sereno ed il procuratore Pignatone lo sta portando al top non solo dal punto di vista organizzativo». La stessa domanda fatta all’investigatore provoca una reazione diversa: l’espressione si fa seria: «Dire a “suocera” perché “nuora” intenda, fa parte del linguaggio della ‘ndrangheta, ma non collegherei le due vicende». Ma è certo che nella partita tra Stato ed antistato non si può più sbagliare un colpo.
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